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«Io, Astutillo, e la mia vita per i disabili»

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La missione di Malgioglio: «Mi prendevano in giro: il calcio è incapace di fare le cose col cuore»

«È vero, ho sempre usato le mani. E continuo a farlo. In campo come portiere e fuori: stando in mezzo alla gente che soffre, dando tutto me stesso. Perché, come dice il mio padre spirituale, le mani bisogna sporcarsele, mettendole anche nella m…».
Astutillo Malgioglio è tornato a vivere appieno la sua rivoluzione quotidiana: assistere i disabili, in modo totalmente gratuito. Lo ha fatto per tutta la sua carriera di calciatore, dal Brescia all’Atalanta, passando per Cremonese, Bologna, Pistoiese, Lazio, Roma e Inter. Lo ha fatto anche dopo, con una pausa recente per problemi di salute. Un momento di difficoltà, soprattutto psicologica, che adesso finalmente è alle spalle: davanti a lui, premiato per la sua attività dal Coni di Piacenza prima di Natale, c’è l’aiuto ai malati di ogni età, con problemi fisici o psichici.
«Sono andato in crisi, pensavo di non venirne fuori. Ma ora ho ripreso ad aiutare gli altri con mia moglie Raffaella e sono molto felice. Mettiamo a disposizione la nostra esperienza: il Signore mi ha dato questo talento, mi ha detto di fare queste cose e io sono contento di servirlo. Ci vuole fede, ma non siamo bigotti: abbiamo qualcosa da portare avanti fino alla fine e la portiamo avanti perché è giusto farlo. Mi sento libero, mi viene naturale. Ma le cose straordinarie le fanno i missionari o i dottori che salvano le vite, non certo io».
Malgioglio, classe ’58, aveva anche un altro talento: a 20 anni era già padre di Elena, esordiva in A ed era nella nazionale Olimpica. Astutillo, detto Tito per gli amici, se la ride: «L’allenatore aveva paura di bruciarmi, ma il mitico preparatore dei portieri Battara gli disse: ma cosa vuoi che si bruci, con quella faccia da c..o!. Avevo una passione incredibile, ero un portiere con buoni maestri, molto tecnico. Certo, non come Zenga: Walter in quegli anni era il migliore del mondo, con uno stile bellissimo. Se vedo un campo anche oggi mi viene subito voglia di buttarmi, ho fatto tutte le nazionali giovanili, ma non ho reso per il potenziale che avevo. Come dice lo stesso Battara, da buon portiere non ero mica normale: giocavo, ma già pensavo a qualcosa di più grande».
E questo cammino parallelo è stato gratificante, ma anche faticoso: «Il calcio a un certo punto mi pesava molto. Ho tenuto aperta la palestra per disabili fino al 1994, poi ho iniziato a lavorare a domicilio. Ma la mia associazione, Era77, è sempre attiva e il 15 febbraio c’è la riunione con i miei amici per la raccolta fondi a Pompiano, nel bresciano. Tutte le scelte che ho fatto in carriera sono state ‘’extracalcistiche’’ e qualche errore l’ho commesso, ma non ho rimpianti. A Brescia sono stato eletto portiere del secolo. Alla Lazio ho seguito Simoni in B, rifiutando il Bari in A e ho sbagliato: come quella famosa volta in cui ho sputato sulla maglia biancoceleste perché mi insultavano proprio per il mio impegno sociale. Un incubo. All’Inter con Trapattoni sono stati gli anni più belli, ma ogni volta che giocavo dovevo dare più del 100 per cento. Appena sbagliavo qualcosa, sapevo quello che dicevano: è un bravo ragazzo, ma pensa troppo ad altro… Le incomprensioni non sono mai mancate, anche se io non ho mai saltato un allenamento. Però riconosco che per i mezzi tecnici che avevo potevo fare di più».
Poteva fare di più anche per cercare di cambiare il calcio dal di dentro? Per Tito non è mai stata questa la priorità: «Ma io al calcio ho mandato spesso dei messaggi, senza ricevere mai una risposta o una telefonata. I moralizzatori, o quelli che hanno comunque un punto di vista diverso, sono considerati solo un peso. Ogni tanto si raccolgono dei fondi, ma non c’è niente che venga davvero dal cuore, è tutto meccanico: come la doccia ghiacciata dei vip per la Sla. E per me contano solo i gesti, anche piccoli, che vengono dal cuore».
Quando era a Milano nell’Inter del Trap le giornate di Tito erano scandite così: «Allenamento al mattino ad Appiano, poi al pomeriggio lavoravo, facendo terapia con un disabile all’ora. Se c’era allenamento al pomeriggio, arrivavo a Piacenza in tempo per farne uno solo, verso sera». Spesso, con un compagno di viaggio: «Jürgen Klinsmann veniva anche due volte a settimana, evidentemente l’avevo colpito. Veniva nelle case dei ragazzi, mangiava con loro, parlava coi genitori. Una gran persona. Aveva un atteggiamento bello, senza pudori. Era libero. È stato l’unico».

(Corriere della Sera) 


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SERIE B | Chievo Verona Women-Lazio Women: la designazione arbitrale

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La 10ª giornata di Serie B Chievo Verona WomenLazio Women, in programma domenica 4 dicembre 2022 alle ore 14:30 allo Stadio Olivieri di Verona, sarà diretta dal signor Matteo Santinelli della sezione di Bergamo, coadiuvato dagli assistenti Lorenzo Riganò e Usman Ghani Arshad.

Come riportato dal sito dell’AIA 


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