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Liga, il Tribunale blocca tutto: lo scioperò non si farà

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Ci è voluta la decisione di un giudice per permettere che le ultime due giornate del campionato spagnolo venissero giocate nei tempi stabiliti, e che rientrasse la minaccia dello sciopero dei giocatori che avrebbe impedito l’assegnazione del titolo di campione di Spagna e di vincitore della Coppa del Rey. La Corte di Giustizia spagnola, a cui ha ricorso la LFP (la Lega di Football Professionistico) chiedendo di dichiarare la decisione di “incrociare gli scarpini”, presa dalla Federazione Calcio Spagnola (RFEF) e dall’associazione calciatori (AFE), illegale, ha sospeso in via cautelare lo sciopero paventato dietro cauzione di 5 milioni di Euro, che dovrà versare la stessa Lega. In definitiva, la Corte di Giustizia non dà ragione né a una né all’altra parte, ma sabato il pallone tornerà a rotolare sui campi spagnoli. È già qualcosa.

RICORSO IN CASSAZIONE. L’Associazione calciatori ha già presentato ricorso presso la Corte di Cassazione, ma l’AFP aveva assicurato che avrebbe ritirato lo sciopero nel caso in cui la Corte di Giustizia avesse accettato le misure cautelari richieste dalla LFP. In soldoni, i campionati di calcio spagnoli si svolgeranno regolarmente, che la diatriba tra Lega e Federazione sia risolta è tutt’altro paio di maniche, soprattutto perché le due parti sono lontanissime dal trovare un accordo.

IL REAL DECRETO. La pietra dello scandalo, il motivo per cui si è minacciato uno sciopero che, ha detta della Lega avrebbe causato una perdita di 50 milioni di Euro a giornata, è Il Real Decreto 5/2015 del 30 aprile scorso. Decreto nel quale, tra altre misure, il Governo spagnolo cambia la ripartizione dei diritti televisivi legati al calcio, eliminando la possibilità di vendita individuale e sostituendola con un pacchetto centralizzato e stabilendo le misure di commercializzazione di tali diritti, compresa la ripartizione degli introiti tra le varie organizzazioni. Per evitare calcoli machiavellici e semplificare la ripartizione decisa dal decreto: il 90 per cento andrebbe alle squadre di prima divisione e il 10 per cento a quelle di seconda. Questi diritti, in ogni caso, sarebbero gestiti dalla LFP non dalle singole Società come accadeva finora. In Francia la divisione è dell’80 e del 20 per cento; in Germania del 79 e 21 per cento, questa disparità con altre federazioni europee e il punto principale contro cui si è opposta la AFE, anche se da qui a decidere uno stop che avrebbe paralizzato il calcio iberico, ce ne passa.

REGOLARIZZARE. La Federazione, per contro, ha “impugnato” il Decreto questionando il fatto che, pur essendosi messa a disposizione del Governo veniva scritto, non è stata consultata per stabilirne il contenuto, che tra l’altro richiede la regolarizzazione presso la Seguridad Social (l’Inps spagnola) di molti lavoratori delle categorie minori che offrono il loro lavoro senza un contratto vero e proprio. Regolarizzazione ritenuta impossibile per Società che proprio grazie al lavoro di molti “volontari” riescono ad andare avanti. Per i calciatori, nel decreto, c’è un altro punto dolente. La nuova normativa prevede che non siano più le Società a pagare i rappresentati dei giocatori, ma che siano direttamente i calciatori che paghino la quota destinata ai propri agenti. Una misura che aumenterebbe gli introiti, e di conseguenza l’aliquota fiscale, delle stelle del calcio.

NESSUN DIALOGO . In definitiva, il minacciato sciopero può essere visto da diverse angolazioni: da un lato il sacrosanto diritto di difendere le categorie inferiori, dall’altro il mero mantenimento di uno status privilegiato a cui non si vuole rinunciare. Tra le parti sembra comunque non esserci margine di dialogo. La Lega appoggia in pieno il nuovo decreto legge del Governo, mentre Federazione e associazione calciatori ritengono che siano necessarie modifiche in relazione alle loro richieste. Per il momento il calcio spagnolo prosegue con regolarità grazie alla decisione di un giudice, un brutto capitolo del calcio spagnolo a cui saranno necessari tempo e confronti degli interessati per poter mettere la definitiva parola fine.

(La Repubblica)

 


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È morto Roberto Maroni: l’ex ministro ed ex segretario della Lega aveva 67 anni

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Roberto Maroni, ex ministro ed ex segretario della Lega, è morto questa mattina: aveva 67 anni. Maroni, che dal 2013 al 2018 aveva ricoperto anche la carica di presidente della Regione Lombardia, era malato da tempo.

Più volte ministro – Nato a Varese nel 1955, Roberto Maroni ha ricoperto il ruolo di segretario federale della Lega Nord dal 1º luglio 2012 al 15 dicembre 2013. È stato due volte ministro dell’Interno (dal 1994 al 1995, ricoprendo anche l’incarico di vicepresidente del Consiglio e dal 2008 al 2011) e ministro del Lavoro e delle Politiche sociali dal 2008 al 2011.

Segretario della Lega – Nell’aprile del 2012 Maroni ha fatto parte, con Roberto Calderoli e Manuela Dal Lago, del triumvirato che fino al congresso della Lega Nord è stato incaricato di sostituire la carica di segretario del partito lasciata da Umberto Bossi. Tre mesi dopo, al congresso del partito, viene eletto segretario, rimanendo in carica fino a quando gli è subentrato Matteo Salvini.

Presidente della Regione Lombardia – Nel 2013, alle Regionali in Lombardia, è stato eletto presidente con il 42,8% dei voti. Non si è poi ricandidato alle elezioni successive del 2018. SkyTG24

 


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