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Firmani: “Cataldi è giovane ma già si prende molte responsabilità. Keita? Pioli lo sta gestendo al meglio”

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Dopo un inizio di stagione da dimenticare per la Lazio, ore i biancocelesti sembrano essere tornati quelli dello scorso campionato, con quattro vittorie consecutive, compreso il successo in Europa League. Per analizzare il momento dei capitolini è intervenuto ai microfoni di Lazio Style Radio 89.3, l’ex laziale Fabio Firmani. Ecco le sue parole:

 “In questo momento vedo bene la Lazio. C’è un buon umore dopo essersi messi alle spalle le battute d’arresto. Considerata poi la classifica con cui è arrivata alla sosta, sta tornando ai livelli dello scorso anno. Nell’ultima giornata già nel primo tempo meritava il vantaggio. I due cambi obbligati hanno influito, altrimenti l’avrebbe sbloccata prima. Al di là della difficile trasferta di Leverkusen, può recriminare comunque solo sulle partite di Napoli e Verona, due gare interpretate nel modo sbagliato. Per il resto la formazione di Pioli ha fatto sempre il suo dovere, mantenendo un rendimento costante. Contro il Chievo in particolare, c’era delusione dopo non esser riusciti ad approdare in Champions League, traguardo che la squadra si aspettava e che avrebbe meritato. La testa era ancora a quella sfida, ma il tempo fa superare tutto”.

 Sulle varie assenze per infortunio dall’inizio della stagione:“Considerate le assenze di pedine in grado di farti fare il salto di qualità, la Lazio è in un’ottima posizione in classifica, aspetto che lascia ben sperare. Con l’intera rosa a disposizione per Pioli ci saranno tante soluzione diverse. Già contro il Frosinone in panchina c’erano giocatori come Matri, Candreva e Keita”.

Sui singoli: “A Biglia posso solo fare i complimenti. È un grandissimo calciatore, con una velocità di pensiero superiore alla media. È da top club europeo. Cataldi invece è ancora giovane e non bisogna attribuirgli troppe responsabilità perché già se ne prende tante. Per diventare completo, deve migliorare in fase difensiva. Sono poi molto fiducioso su Keita che ha qualità indiscusse. Pioli lo sta gestendo al meglio e la voglia con cui subentra dalla panchina è un grande segnale di maturità. Ci sarà comunque l’occasione per giocare anche dall’inizio, in attacco ci sono cinque o sei titolari che rendono difficili le scelte. Hoedt? Ha subito la fase d’ambientamento iniziale come avvenuto anche con de Vrij lo scorso anno, ma ora sta crescendo e prendendo misure e tempi. Ha già avuto l’opportunità di giocare incontri importanti, ci si può fare affidamento”.

Sulla Serie A e l’Europa: “Il campionato è apertissimo. Se la Juventus dovesse continuare ad avere delle difficoltà, non ci sarebbero squadre favorite, ma almeno cinque o sei contendenti tra cui inserisco anche la Lazio.  Per i biancocelesti sarà comunque già importante riproporre il gioco dell’anno scorso e mettere in evidenza giovani interessanti. Per quanto riguarda l’Europa, c’è la possibilità di andare avanti. L’anno scorso il Torino aveva grandi motivazioni e meritava di passare il turno addirittura contro Zenit. Servirà molta fame, a quel punto si potrà arrivare fino in fondo in una competizione che fornisce grande visibilità”. 

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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