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LA SFIDA – Biglia vs Paredes: tecnica e garra in mezzo al campo

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“E’ un regista straordinario, è un onore affrontarlo per me, spero di poter imparare tanto da lui”, il parere di Leandro Paredes su Lucas Biglia. I due argentini saranno uno contro l’altro domenica al Castellani. Empoli-Lazio, una partita fondamentale per i biancocelesti, vittoriosi in Europa League, ma che in campionato devono riscattare le ultime prestazioni negative, un pareggio e tre sconfitte in quattro gare. I toscani invece vivono un ottimo periodo di forma, il pareggio di Firenze ne è una prova. Biglia-Paredes, i cervelli in mezzo al campo di Pioli e Giampaolo. A loro il compito di dare qualità, velocità e brillantezza al gioco delle due squadre, ma anche personalità e garra, da veri argentini. La partita passerà per i loro piedi. Il presente dell’Argentina contro il possibile futuro dell’Albiceleste, Leandro sulle orme di Lucas.

TRA IL MERCATO E LA FASCIA – Dopo il momentaneo addio di Mauri in estate, la fascia di capitano è andata a finire sul braccio di Lucas Biglia. La decisione è arrivata a pochi giorni dalla Supercoppa e dal rientro di Biglia dalle vacanze post Coppa America. Questa scelta ha creato dei malumori all’interno del gruppo. Anche il mercato non ha facilitato l’inizio di stagione dell’argentino con la Lazio. Real Madrid, Liverpool, Inter, Milan, i club non mancano. Lucas non ha mai dato risposte definitive e assicuranti circa il futuro, alimentando così solo dubbi e polemiche nell’ambiente biancoceleste. “Il rinnovo? Non è una cosa certa, e anzi posso dire che molte squadre sono interessate a lui”, le parole del suo agente pochi giorni fa. Poi il campo. Quattro gol tra campionato e Europa è un bel bottino, considerando anche l’infortunio che lo ha tenuto fuori per alcune settimane. Quando c’è lui è un’altra Lazio, ma come tutti sta risentendo del momento negativo della squadra. Dall’argentino però ci si aspetta quel qualcosa in più, deve saper guidare la squadra nelle difficoltà, da capitano e giocatore di personalità qual’è. Pioli e tutta la Lazio aspettano il vero Biglia. A Empoli l’occasione giusta per ripartire, Lucas e la Lazio insieme.

EMPOLI IL PRESENTE, LA ROMA IL FUTURO – Che Leandro Paredes avesse delle qualità era ben noto dai tempi del Boca Juniors, quando veniva etichettato come il nuovo Riquelme, paragone pesante per un ragazzo nato e cresciuto nel Boca. Ma la personalità, oltre alle doti tecniche, non gli è mai mancata. Poi l’anno scorso il trasferimento alla Roma, con Leandro voluto fortemente dal direttore sportivo giallorosso Walter Sabatini. Nella capitale non è riuscito a trovare spazio, con Garcia poco incline a dare fiducia ai giovani. A fine agosto arriva il prestito all’Empoli, l’occasione giusta per dimostrare il suo valore. Giampaolo punta subito su di lui, le qualità dell’argentino sono evidenti. A Udine arriva il suo primo gol con la sua nuova maglia, da li non esce più dal campo. Mezzala destra o sinistra, tecnica, visione di gioco, ma anche grande corsa. A Firenze nell’ultima uscita sfodera una prestazione di alto livello. Posizionato davanti alla difesa, annulla un certo Borja Valero, costruendo gioco e interrompendo le trame avversarie. Ora sta a Paredes non fermarsi, e continuare nel suo percorso di crescita ad Empoli, con la Roma nel suo futuro.

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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