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Mauro Mazza: “Lotito cerchi aiuto da chi ama la Lazio” | Il Tempo

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Un viaggio all’interno della crisi, tra divisioni e lotte intestine, un popolo spaccato alla ricerca di risposte. Parte da oggi una lunga serie di interviste per capire e analizzare tutti i problemi che circondano il mondo Lazio. La contestazione al presidente Lotito, dodici anni di proteste senza sosta, da qualche settimana s’è scatenata nuovamente la rabbia dei tifosi. Gente che ha abbandonato definitivamente lo stadio, altri che frequentano solo in onore della maglia, una situazione «pericolosa» che rischia di compromettere il futuro del club più antico della Capitale. Mauro Mazza, ex direttore di Rai Sport e giornalista professionista dal 1979 (da sempre al fianco dei colori biancocelesti), ha commentato – attraverso le pagine de Il Tempo – la gestione Lotito dal 2004 ad oggi.

Mazza, quando è nata la passione per la Lazio?

«È cominciata da bambino, è una musica di sottofondo che ti accompagna per tutta l’esistenza. La tua squadra del cuore può perdere, può farti arrabbiare, ma in ogni caso non devi abbandonarla mai. Quando le cose vanno male è come se avessi al tuo fianco un parente malato, devi accudirlo con amore».

La Lazio che porta ancora nel cuore?

«Quella di Maestrelli, una formazione straordinaria. Ovviamente anche gli anni di Cragnotti. Senza trascurare gli eroi del meno nove, il gol di Fiorini non lo dimenticherò mai».

E un periodo buio come quello attuale se lo ricorda?

«Sinceramente no, ma sportivamente parlando ho vissuto situazioni peggiori. Soltanto che una contestazione del genere non mi era mai capitata prima, un distacco così profondo è anche difficile da descrivere. C’è stato qualche momento positivo come il 26 maggio o la qualificazione in Champions League, ma per il futuro non vedo spiragli».

Comprende i tifosi disamorati?

«L’attaccamento è sempre lo stesso, è la rabbia che monta con il passare del tempo. Io personalmente non riesco a tifare contro la Lazio, non mi augurerei mai la retrocessione pur di cambiare gestione societaria. Però non c’è più la passione di una volta: i nostri giocatori migliori vogliono andare via, mi sembrano tutti degli abusivi di passaggio. I dirigenti a volte si occupano di tutt’altro e trascurano il club, il disamore si crea anche per questo».

Ha mai parlato con il presidente Lotito?

«Tra di noi all’inizio c’era un buon rapporto. Poi alcune sue decisioni mi hanno infastidito. Lui non accetta mai critiche, si crede di poter insegnare il vangelo agli apostoli, il giornalismo ai giornalisti, la politica ai politici. Tutto questo mi ha allontanato da lui».

Si potrà mai uscire da questa situazione?

«Lotito dovrebbe cercare delle persone che siano in grado di aiutare la Lazio, per farla primeggiare in Italia e non solo. Lui ha dimostrato di non essere all’altezza, non può andare oltre un certo livello. Sarebbe giusto dichiarare che più di questo non si può fare».

Le barriere in curva e la contestazione al presidente, la gente ha svuotato lo stadio.

«Purtroppo, continuando così, i numeri possono solo peggiorare. La squadra lo scorso anno ha migliorato la situazione con i risultati, ma non sempre questi arrivano. Il tifo popolare rischia di sparire».

Un consiglio a Claudio Lotito.

«Cercare qualcuno in giro per il mondo che possa permettere alla Lazio il salto di qualità. Sarebbe un gesto nobile, potrebbe rivelarsi importante anche agli occhi dei tifosi. Ma sicuramente non mi ascolterà….».

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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