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FOCUS – Basta masochismi tattici: Immobile chiede i rifornimenti di Keita e Felipe nel tridente dal 1′

jacoposimonelli@yahoo.it'

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Per molti il calcio è una cosa semplice, per altri invece nasconde teorie difficile da capire. La verità, probabilmente, si trova nel mezzo. Quale? Semplice, hai giocatori di qualità? Bene, mettili in campo. Dove? Ancora più scontata la risposta, più vicini possibili alla porta. Una cosa banale, no? Teoria che purtroppo non sembra aver capito Simone Inzaghi con gli unici due giocatori della Lazio in grado di spaccare una partita: Keita Balde Diao e Felipe Anderson. Ok, avranno anche loro molti difetti (se ne è già parlato ampiamente) ma mai come quest’anno la manovra offensiva biancoceleste deve passare da loro.

ALLERGICA ALLA QUALITA’ – Lo chiedono i tifosi, lo chiede lo spettacolo ma soprattutto lo chiede Ciro Immobile. L’ex Torino anche contro il Milan ha lottato, si è mosso tanto ma non è riuscito a trovare la via della rete senza rifornimenti. Difficile provare a segnare quando hai due esterni (Basta e Lulic) quasi imbattibili sulla corsa ma carenti sul piano tecnico, un centrocampo (il trio Parolo-Cataldi-Milinkovic) più dedito a distruggere che a costruire e un attaccante (Djordjevic) che in carriera è andato in doppia cifra solamente tre volte (due nella serie B francese e una nella serie cadetta serba). Nessuno si offenda, ma la Lazio di San Siro era allergica alla qualità. Semplicemente perché il 3-5-2 non è nelle sue corde. Forse il test con il Pescara ha illuso un po’ troppo.

FIK – Per carità, non è che con l’ingresso dei due sia poi cambiato chissà cosa però quando gli uomini di Inzaghi attaccavano, lasciavano presagire qualcosa, facevano parzialmente preoccupare Donnarumma. Poi non succedeva, però almeno davano una piacevole illusione. Perché un gol sotto l’incrocio dopo tre/quattro dribbling puoi aspettartelo da uno di loro due, non da Lulic (con il massimo rispetto dell’uomo della Storia, ovviamente). E allora, fin dalla prossima, l’imperativo in casa Lazio deve diventare uno solo: far giocare dall’inizio nel tridente titolare Felipe Anderson, Immobile e Keita. Lo capisca Inzaghi, accantoni l’idea di una squadra compatta ma senza tecnica e liberi il suo credo di sempre, quello per il quale lavora da quest’estate. Un 4-3-3 offensivo, votato a valorizzare gli uomini migliori. Poi andrà male? Pazienza, almeno non si avranno rimpianti. Perché è meglio sbagliare seguendo le proprie idee che fare bene ogni tanto, magari grazie a un episodio, snaturando il proprio credo. Non c’è cosa più bella dell’essere in pace con se stessi.

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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