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Immobile: “Sono al centro del progetto. Con Lotito grandi risate, e se mi facesse ricevere in Vaticano…”

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Lazio-Fiorentina chiuderà la 17esima giornata di Serie A nel posticipo di domani sera, e uno dei protagonisti che i tifosi si aspettano è Ciro Immobile, a secco di gol da diverse gare. L’attaccante biancoceleste ha rilasciato una lunga intervista a Sportweek: “Qui sto da re, a Dortmund era gelo fuori e coi compagni. A Siviglia non piacevo al tecnico. Inzaghi invece mi ha messo al centro del progetto Lazio”. E Lotito? “Con lui mi faccio grandi risate. E se mi facesse ricevere in Vaticano…”. Ciro Immobile, 26 anni, napoletano di Torre Annunziata. In Serie A conta 41 gol in 99 partite. Abita in una palazzina di quattro piani su Collina Fleming, il quartiere di Roma dove la maggior parte dei giocatori della Lazio prende casa perché a 20 minuti di macchina da Formello, sede del centro sportivo del club. Come una famiglia normale, al citofono i cognomi di marito e moglie: Immobile-Melena. Il problema in una città malata di calcio, è che il marito non è esattamente una persona normale. Ciro, ci ha pensato bene, prima di far sapere a tutti dove abita? “Ci ho pensato si, ma forse non abbastanza (ride)… Jessica dice sempre che dobbiamo togliere il mio nome. È già successo che citofonassero un paio di volte di notte. Ci siamo affacciati al balcone, erano ragazzini. Vai a capire se laziali o romanisti”. Avevamo lasciato Ciro Immobile un anno fa nel grigiore. ambientale e professionale, di Dortmund; lo ritroviamo nel tepore quasi primaverile di un pomeriggio romano di dicembre mentre da casa sua guarda la cupola di San Pietro che si staglia in lontananza. «Il mio desiderio più grande è un’udienza privata col Papa. Io e tutta la mia famiglia, genitori e nonna compresi, anche se ho paura che la nonna gli pianga sulle scarpe. È un appassionato di calcio, se mi muovo attraverso la Lazio non dovrebbe volerci molto ». Ci ha messo meno ancora lui a tornare il centravanti dei tempi del Torino, stagione 2013-14: 22 gol in 33 partite, titolo di capocannoniere in Serie A e una carriera che sembrava spiccare il volo. E in effetti il salto lo ha fatto, Immobile, ma solo in teoria: il Borussia Dortmund di Klopp significava gloria, Champions, soldi. ma l’esperienza si è risolta in un fallimento. II napoletano Ciro aveva sentito freddo fuori e dentro alla squadra: «Non è solo un problema di lingua e cultura diverse», raccontò a SportWeek. «In campo i compagni hanno poca fiducia in me e, fuori, si fanno gli affari loro. Mai un invito a cena». In Germania non la presero benissimo. Ciro fece le valigie e traslocò in Spagna, a Siviglia: buco nell’acqua anche lì. A gennaio torna in prestito al Toro ma la magia della prima volta è finita: appena 5 gol in 14 partite. e in due occasioni si tratta di doppiette. In estate arriva la Lazio, che lo acquista dal Siviglia e gli fa firmare un contratto di 5 anni. È la prova di fiducia che gli serviva. Nove gol in 15 gare di campionato, 8 nelle prime 10, secondo solo a Signori (11) nella storia della società. Ha detto che Simone Inzaghi, iI suo allenatore, l’ha coccolato dal primo momento: in che modo? «Mi ha detto di avermi voluto a tutti i costi. Mi ha messo al centro del progetto». Ma non è un limite quando si sa dl essere apprezzati fin da subito? Non può essere stimolante, al contrario, far cambiare idea a tecnico e compagni, come avrebbe dovuto fare In Germania? «Io credo che non sia un limite. Tutti i giocatori hanno bisogno di sentire fiducia, ma fanno fatica ad ammetterlo. L’altro giorno sentivo alla tv James Rodriguez, che nel Real Madrid non trova spazio. Diceva che, per fare bene, doveva sentirsi importante. È chiaro che è più difficile esserlo al Real che alla Lazio, ma Rodriguez non è l’ultimo degli stupidi, il Real lo ha comprato perché è stato capocannoniere al Mondiale. Io non pretendo di giocare 38 partite da titolare: essere al centro del progetto vuol dire sentirsi dentro al gruppo. Al Dortmund, almeno all’inizio, è stato così. A Siviglia mai: segnavo e la partita dopo finivo fuori». Perché? «Perché era palese che non piacessi all’allenatore, Unai Emery. Per carità, legittimo da parte sua. Ho sempre detto che Emery è un grande, ma non mi sentivo apprezzato e non aveva senso restare». Crede di aver perso, tra Borussia e Siviglia, la grande occasione per dimostrare di essere un calciatore di statura internazionale? «L’esperienza a Siviglia neanche la calcolo. Il Borussia è stato un treno che non sono stato capace di afferrare, ma non soltanto per colpa mia. Era finito un ciclo, c’erano problemi di spogliatoio, se fossi lì adesso sarebbe diverso. Ma per Italia-Germania ho rivisto Gundogan, Götze, Hummels: sono stati affettuosi con me». Lei tornerebbe all’estero? «Si. Ma non lo dica a mia moglie se no si avvilisce. E comunque non ci penso: alla Lazio sto bene e non voglio cambiare». Dal Borussia alla Lazio quanto e come è diverso l’Immobile uomo? «Tanto. Mi sono confrontato con stili di vita differenti, quello spagnolo è più simile al nostro. In Germania sono entrato in un gruppo che l’anno prima aveva vinto il campionato ed era arrivato in fondo alla Champions, mentre io avevo sempre giocato in squadre medio-piccole: i miei compagni erano giocatori e uomini di alto spessore. Sono cose che fanno crescere». Che cosa risponde a chi dice che è buono solo per la Serie A? «Che se fosse così non potrei giocare in Nazionale, perché farlo significa confrontarsi con il calcio di tutto il mondo». A 26 anni il momento migliore della sua carriera? «Si. Un attaccante dà il meglio tra i 26 e i 30. La Lazio era l’occasione giusta per rilanciarmi: ho abbassato la testa e mi sono messo a lavorare duro». Com’è vivere a Roma? «Bello impegnativo. Un po’ come a Napoli. Noi poi stiamo in una zona parecchio trafficata, tra Corso Francia e il raccordo anulare. Ma è una città allegra, e questo conta parecchio». Rispetto a Napoli, è più semplice girare per strada? «Si. Pure qui la gente ti ferma, ma meno». Cosa ha visto della città finora? Totti ha ammesso di essere entrato in San Pietro 7-8 volte in tutta la sua vita. «Ma anch’io ho visto Castel dell’Ovo a Napoli una volta sola. Con due figlie piccole, frequento soprattutto i parchetti». Nella tua vita ci sono anche Torino, Siena, Pescara, Genova… Se a Napoli sei casa, le altra città dove ha vissuto cosa sono? «Pescara è mezza casa perché mia moglie è abruzzese. A Torino tornerei a vivere perché ci sono cresciuto da calciatore e ci sono stato bene. Con un amico torinese ho anche aperto un ristorante a Milano, il Lentini’s. Consiglio la pizza al padellino: napoletana verace». A SportWeek Totti ha raccontato di quella volta al parco con il figlio quando un laziale gli disse: “Magari mori” e lui stava par saltargli addosso. «A me è successo un paio di volte che un romanista mi dicesse “Ma come hai fatto a anna’alla Lazio?”. E io: “Meglio la Lazio della Roma”. Un po’ mi sono incazzato». Qual ì la differenza tra un tifoso della Lazio e uno della Roma? «Il laziale tiene alla storia, al fatto che la Lazio è nata prima della Roma. E’ anche più signorile, diciamo, perché figlio dei quartieri-bene. Roma Nord è laziale, Roma Sud, più popolare, romanista». A proposito dl tifosi: soffre l’annosa contestazione verso il presidente Lotito e le poche presenze allo stadio che ne sono la conseguenza? «I risultati hanno portato un po’ più di gente all’Olimpico. E comunque, nello spogliatoio della contestazione non parliamo mai. Non ci pesa. Credo che peserà più a Lotito…» (ride). Lei parla, col presidente? «Eccome. Mi diverto tantissimo. Il problema è che quando inizia devi scappare, perché non smette più. Se per un po’ non si vede all’allenamento, quando ricompare gli dico: “Presidè, ha mollato…”. E lui puntualmente mi manda a quel paese». Sinceramente: crede dl essere già diventato l’idolo assoluto dalla curva? «Uno ci spera sempre. Giochi anche per piacere alla gente. Mi hanno dedicato due cori. Uno fa: “Olè, olè, olè, oleeee… Cirooo. Cirooo”. Era lo stesso che cantavano a Klose, hanno sostituito Miro con Ciro». E l’altro?  (ci pensa, chiude gli occhi, si concentra). «L’hanno fatto in allenamento. Non me lo ricordo. Prendere il posto di uno come Klose non era facile. Ci sono già passato al Dortmund, quando ereditai la maglia di Lewandowski, e al Siviglia, dove rimpiazzai Bacca. Penso che di me la gente apprezzi soprattutto il modo di giocare. Si vede che non sono uno che si risparmia. Correre è la mia forza, e se c’è da farlo anche all’indietro, e non soltanto verso la porta avversaria, non mi faccio pregare». Rispetto a Bacca, lei in affetti si “sbatte’ di più: il colombiano, par sua stessa ammissione, vive per il gol e a volte sembra pensare più a se stesso che alla squadra. «È ovvio che il tifoso apprezza più l’attaccante che rincorre l’avversario rispetto a quello che aspetta la palla in area, ma è una questione di caratteristiche. Bacca è un giocatore diverso da me e questo può portare a credere che pensi più a se stesso che alla squadra. Ma se fa gol è comunque nell’interesse di tutti, no?». Con Belotti forma la nuova coppia dalla Nazionale. «Stiamo bene insieme anche fuori dal campo. E bergamasco solo di nome: in realtà è napoletano come me. Stiamo nella stessa camera, è fissato con la PlayStation più del sottoscritto, è un rompipalle unico, appoggio la testa sul cuscino e mi dice “Che fai, dormi?”. Sfidiamo a briscola Antonelli e Perin, che non sa giocare… Ma il meglio lo do a boccette in coppia col presidente Tavecchio. Lui accosta. io spacco: siamo imbattibili».

 


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Il difensore del Chievo Verona, Boglioni: “Bella sfida contro la Lazio Women. Sarà il campo a parlare”

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In vista della partita odierna tra Chievo Verona Women e Lazio Women, il difensore Paola Boglioni ha rilasciato un’intervista a calciofemminileitaliano.it, parlando della sfida contro le biancocelesti. Queste le sue parole: «La partita di domenica contro la Lazio sarà un’altra bella sfida. Siamo consapevoli del livello dell’avversario e della positività che portano con loro, ma, come sempre, sarà il campo a parlare. La settimana sta procedendo al meglio, con l’entusiasmo di voler dire la nostra».

  


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