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L’angolo del tifoso – Sheila: “La Lazio è la mia famiglia, è mio figlio, è la mia vita. Il mio mito? Veron”

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Torna l’appuntamento con la rubrica ‘L’angolo del tifoso’ in cui i veri protagonisti siete voi. Oggi è il turno di Sheila, una splendida mamma la cui vita è letteralmente a tinte biancocelesti. Condivide l’amore per la Lazio con suo marito; per intenderci, il loro è stato decisamente un matrimonio laziale, con tanto di inno, decorazioni a tema e tavolo degli sposi dedicato a Piazza della Libertà.

Come, e grazie a chi, è nata la tua passione per la Lazio?

“Sono laziale da sempre, anche se quando ero piccola avendo un padre della Roma e una madre della Juve la mia passione è stata un po’ vincolata. Ero solo simpatizzante, non proprio tifosa. Poi, verso i 15 anni ho conosciuto alle superiori un ragazzo che mi ha insegnato i cori e tutti gli inni della Lazio. Ho conosciuto anche una ragazza laziale e siamo diventate molto amiche, così l’anno successivo (2003) abbiamo deciso di fare l’abbonamento. Era il primo anno del presidente Ugo Longo, una rivoluzione a livello anche di abbonamenti, ricordo che lo pagai solo 90€. Da quel momento non ho mai smesso di seguire la Lazio anche se la mia amica a metà campionato non venne più. Col tempo questa passione si accentuava, iniziai anche a fare diverse trasferte e a frequentare il ‘Vecchi spalti’ noto pub della Lazio. Lì ho conosciuto la mia attuale migliore amica a cui devo molto anche a lei per avermi insegnato molte cose della curva e della Lazio. Quel pub ora non c’è più, ma ai proprietari devo tanto perché in quel pub ho conosciuto il mio attuale marito”.

Qual è stata la tua prima partita allo stadio?

“La mia prima partita allo stadio la ricordo bene, ero in curva sud: settembre del 2000, stadio pieno perché in campo giocava la Lazio dello scudetto. Era un Lazio-Inter di Supercoppa Italiana, avevo 14 anni e andai allo stadio con il papà di un mio amichetto della comitiva del quartiere. Da lì, un vero e unico amore ❤️ adrenalina a mille! Ericksson in panchina ed esordio di Peruzzi in porta. Vabbè il resto puoi immaginare, vittoria per 4-3 con doppietta di un esordiente di Claudio Lopez”.

Qual è stato il tuo primo giocatore preferito? Quello attuale invece?

“Il primo giocatore preferito è davvero difficile perché sono cresciuto negli anni d’oro della Lazio, da Beppe Signori a Nesta, da El Cholo a Salas, ma per amore, per bellezza, per tecnica, per bravura: il mio mito resta il solo e unico Juan Sebastian Veron, che tra l’altro da anni come una teenager giro con la sua foto del portafoglio. Da folle lo so! Giocatori attuali? No, perché nel tempo non ho mai visto nessuno giocare per passione di questa maglia. Con il tempo il business ha rovinato tutto e gli stipendi troppo alti, a parere mio, non fanno sì che i giocatori si attacchino a questa maglia. Forse il mio ultimo idolo è stato Paolo di Canio”.

Da quando segui la Lazio, qual è stato il momento più bello? E quello più brutto?

“Il momento più bello è stato lo scudetto, ma c’è una cosa che mi è rimasta nella testa, una coppia Italia vinta a Torino contro la Juventus: era il 12 maggio del 2004, ricordo benissimo quella partita perché era il giorno del mio diciottesimo compleanno. Diciamo che di momenti belli ce ne sono stati tanti perché la Lazio in ogni singola partita, che sia vincente o perdente, mi lascia sempre dentro qualcosa. Poi del 26 maggio neanche ne parlo, sarebbe banale visto che sto ancora godendo. Momento più brutto? I derby persi. Qualsiasi derby perso mi manda in pazzia. Poi con gli anni ti avveleni di meno ma il derby, come si dice, è una partita a sé. Un’ ultima partita che ricordo tra i momenti brutti è stata la sconfitta ai quarti di finale in Europa League con il Fenerbahce. Sara’ che avevo già prenotato l’hotel per la finale ad Amsterdam”. 

Cosa significa per te essere della Lazio?

“Beh, un po’ tutta la mia vita si basa sulla Lazio. Poi da quando ho conosciuto mio marito, questo amore tra di noi è ancora più forte proprio perché ci unisce anche l’amore per la Lazio. Anche se allo stadio ognuno si mette con i suoi amici, difficilmente stiamo vicini. Quando ci siamo spostati abbiamo scelto tutte le decorazioni bianche e blu, il nostro tavolo l’abbiamo chiamato ‘Piazza della libertà’, è come ospite a sorpresa è venuto Tony Malco, che per la gioia dei romanisti presenti ha cantano l’inno e ci ha dedicato qualche canzone. Il taglio della torta sulle note di My Way. Poi sono rimasta incinta, nei primi mesi sono partita per Leverkusen. Per un po’ ho continuato ad andare allo stadio, ma lo scorso anno dopo Lazio-Torino ho attaccato la sciarpa al chiodo. Non è facile capire cosa è per me la Lazio, la Lazio è come se fosse una di famiglia, la Lazio è mio marito, la Lazio è mio figlio, la Lazio è mio suocero, la Lazio è la mia amica Angela, la Lazio sono tutti i miei più cari amici. La Lazio è la mia vita! Tra l’altro sono tornata allo stadio a settembre, così tanto per la cronaca”.

Ti aspettavi un girone di andata del genere?

“No,non me lo aspettavo, anzi! I miei complimenti a Mister Inzaghi che sta facendo un buon lavoro con pochi elementi. Diciamo che se ci rafforziamo un po’ non mi dispiacerebbe: il sogno Europa c’è sempre”.

 


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ANGOLO DEL TIFOSO | Scattarreggia, autore del libro dedicato a Chinaglia: “Ci ha regalato l’orgoglio di essere laziali. Se fossi riuscito a parlarci gli avrei voluto dire che..”

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Paolo Scattarreggia, autore del libro “Il grido di battaglia. Come Giorgio Chinaglia ha cambiato la storia per i tifosi della Lazio” è intervenuto in esclusiva ai microfoni di Laziopress. Lo scrittore ha parlato della sua esperienza da supporter biancoceleste, di quanto Chinaglia fosse importante per il popolo biancoceleste e di cosa avrebbe detto a Giorgio, se non fosse venuto a mancare prima di una cena a tre organizzata da un suo amico americano, che era solito frequentare lo stesso ristorante della bandiera biancoceleste degli anni ’70.

Come nasce l’idea di pubblicare il libro?
Sono cresciuto seguendo la Lazio di Chinaglia quando avevo solamente 11 anni. Tra l’altro io vivevo nella zona costruita dal presidente Lenzini e avevo modo di incontrare diversi giocatori che abitavano in quel quartiere: giocavo con loro e c’era la possibilità di incrociarli. Poi la vita mi ha portato in giro e, da circa vent’anni, vivo in America. Dieci anni fa ho scoperto per caso che Chinaglia viveva in Florida e un mio amico mi propose di andare a pranzo in un ristorante, che Giorgio era solito frequentare. Purtroppo, Chinaglia morì poco prima del nostro incontro; quindi, io decisi di andare al funerale a Naples. La famiglia fu molto disponibile e mi permise di depositare la bandiera biancoceleste vicino al feretro e, parlando con i presenti, mi resi conto che non avevano alcuna idea di quanto Chinaglia fosse stato importante per noi tifosi. Durante il funerale parlai in onore di Giorgio e sua moglie mi disse che le mie parole l’avevano commossa a tal punto di chiedermi di mettere la bandiera della Lazio nel feretro del marito. Adesso la bandiera è con lui. Quindi al decennale della sua morte decisi di far uscire un libro in suo ricordo, dove ho ripercorso le vicende giudiziarie da lui vissute e raccontato i passati 40 anni vissuti da tifoso, fino ad arrivare al momento del funerale”.

Se fossi riuscito ad andare a quella cena, che cosa avresti voluto dire a Chinaglia?
(ride, ndr) Gli avrei voluto chiedere tanti aneddoti di quegli anni: da quando è andato via, fino al momento in cui è tornato. Avrei voluto sapere come fossero andare le cose, perché da presidente lui ci ha messo i soldi, ma anche il cuore. Quando ho presentato il libro ho avuto la fortuna di passare un’ora con Giancarlo Oddi che mi ha raccontato molte vicende e chissà Giorgio quanto avrebbe potuto dirmi. Mi è dispiaciuto molto non averci potuto parlare a cena, ma ho pensato che scrivere un libro in suo onore fosse il modo migliore per rendergli omaggio”.

 Cosa ha rappresentato per te Giorgio Chinaglia?
“La particolarità di Chinaglia è stata quella di averci regalato per la prima volta il diritto di riscatto e l’orgoglio di essere laziali. Giorgio ha sfidato tutti e i tifosi hanno capito di poter alzare la testa di fronte a tutti. La vittoria dello scudetto nel ’74 ha rappresentato il simbolo di questa rinascita”.

Che discorso hai fatto al funerale?
“Ho raccontato le emozioni che provavamo noi tifosi vedendo giocare la Lazio di quegli anni. Le squadre venivano a Roma e perdevano tutte, un’esperienza che non avevamo mai vissuto; per cui ho raccontato questo periodo di entusiasmo”.

Attualmente pensi ci sia un giocatore biancoceleste che faccia sentire i tifosi orgogliosi di essere laziali?
“I tempi sono diversi, ma ritengo che Immobile stia cominciando a diventare un leader e un punto di riferimento. Come ho scritto nel libro, il calciatore ideale è quello che in campo prova le stesse emozioni del tifoso. Anche l’arrivo di Romagnoli è stato fondamentale, perché la gente ha ripreso ad andare allo stadio; il fatto che sia laziale ha dato un forte impulso alla tifoseria”.

Lei ha una targa con la scritta Lazio. Ha avuto difficoltà nell’ottenerla o ha riscontrato dei problemi nel corso del tempo?
Negli Usa è possibile personalizzare la targa ed è quindi legale scegliere un nome, a patto che nessuno già lo abbia già utilizzato. Molti anni fa ho scelto questa, e ad oggi pago di più il prezzo del bollo. In Florida,  la targa normale è bianca con le scritte verdi e, avendola personalizzata a seconda degli sfondi, ho potuto scegliere di quale colore farla. Ho optato per questa perchè è la più azzurra di tutte e riporta la scritta “salvate le balene della Florida”. Il fatto è che non è solo azzurra ma ha la coda della balena, che nella mia immaginazione rispecchia le ali dell’aquila. La ho da almeno 10 anni e, a meno che io non ci rinunci, nessuno può averla”. 


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