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FOCUS | “Luce” a San Siro, dalla figurina di Veron all’esordio da titolare: Alessandro Murgia sale la Scala del calcio

enrico.delellis@libero.it'

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Prendete pagina novantasei. Alessandro… Alessandro ci sei? I richiami della maestre, nelle ore di matematica portano Murgia sul pianeta terra. Ma lo sguardo resta saldo al diario con la coreografia della Nord e la figurina di Veron, attaccata sul banco, lo portano a viaggiare nel tempo. Sogna un giorno il debutto con la maglia del cuore, in un Olimpico festante. Visioni, che molte volte rimangono tali per la maggior parte dei ragazzi che in età adolescenziale giocano a calcio. Ma con la volontà,  il sacrifcio e la determinzazione come nelle favole più belle il lieto fine arriva sempre. 26 Ottobre 2015. La Lazio gioca a Torino un match delicato. Il risultato è di 1 a 1. Inzaghi decide a sorpresa di richiamare in panchina Keita al 79′, per rinforzare maggiormente il centrocampo con l’ingresso di Murgia. Sguardo frentico per entrare, segno della croce e di corsa in campo. I biancocelesti attaccano, i granata subiscono e provano a tenere botta. Minuto 82′ Anderson calcia dalla bandierina, il numero 96′ svetta da solo di testa e infila Hart. Il tempo sembra fermarsi come in un incantesimo: lacrime, sacrifici, sudore, botte prese, lividi passati, cicatrici rimaste, come delle istantanee scattate con una polaroid datata riaffiorano nella mente del calciatore. Non troppo però, l’abbraccio di Djordjevic e di Immobile lo riportano alla realtà: “Sono sempre i sogni a dare forma al mondo“. Inzaghi suo “padre” sportivo fin da subito crede nelle sue qualità. Molte le squadre che nella passata finestra di mercato hanno bussato alle porte della Lazio. Frosinone, Brescia, SPAL in Serie B, Pescara in Serie A: tutti pazzi per Murgia, ma la Lazio non sente ragioni: “Alessandro non si muove“. Lo stesso discorso vale per il mercato di gennaio. La società insieme allo staff tecnico decidono di puntare ancora su di lui, e aprono all’amico Cataldi le porte del trasferimento. Molti gridano allo scandalo, altri pensano a una follia. La risposta migliore arriva nei Quarti di Finale di Coppa Italia, alla prima da titolare. Prestazione maiuscola per qualità e personalità. Le premesse per prendersi la maglia, una seconda pelle, ci sono tutte. I tifosi iniziano a sognare, le radio e le televisioni romane  canticchiano tutte lo  stesso ritornello a memoria: “Giocatore valido, giovane e laziale. Forse si può tornare a sognare, con un tifoso in campo“.

LE PASSIONI – Ragazzo umile, educato, e meno avverso ai social e vita mondana rispetto ai giovani di oggi. La famiglia sempre al primo posto insieme ad Eleonora la sua fidanzata. Oltre il campo, anche la vita privata regala grandi gioie, la sorella Nicole ha messo al mondo poche settimane fa il piccolo Matias e il centrocampista ha espresso tutta la sua felicità su Instagram: “Sono lo zio più felice del mondo“. Splendido il rapporto con il cognato Bertolacci, più volte mentore della sua crescita, il primo a cui chiedere consiglio su vari movimenti da fare in campo. Non solo il calcio nella sua vita, anche il tennis e altri sport in generale. Molti gli sportivi presi ad esempio, come Agassi e la sua biografia “Open” (libro letto tutto d’un fiato) e Novak Djokovic. Veron il suo mito, la sua ispirazione massima di cosa rappresenta il calcio per un centrocampista, magari l’ex idolo biancoceleste, che non perde mai una partita della sua vecchia squadra, avrà notato quel ragazzino, vestire la sua stessa maglia, nel suo identico ruolo. Qualche déjà vu sarà tornato nella sua mente e magari, perchè no, anche quelche lacrima carica di nostalgia per un passato glorioso, che non volendo corre verso il futuro chiamato: Alessandro Murgia.

 


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Beppe Signori: “Scudetto con la Lazio? Non ho rimpianti. Immobile? Poche somiglianze con lui”. E su Neymar…

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La bandiera biancocceleste Beppe Signori ha rilasciato un’intervista esclusiva alla redazione di Chiamarsi Bomber, dove si sono affrontati più temi: da Zeman all’arrivo alla Lazio, passando per Ciro Immobile e un aneddoto su Neymar. Ecco le sue parole:

Hai sempre detto di aver avuto tanti bravi allenatori ma un solo maestro, Zdenek Zeman. Com’è nato il vostro feeling?

“È un feeling nato nei mesi e negli anni che siamo stati insieme. Lui per me è stato più di un allenatore, è stato un maestro che mi ha insegnato a giocare a calcio, i movimenti e i tempi di gioco. Non ultimo mi ha trasformato da trequartista anomalo ad attaccante vero”.

Come mai zemanlandia non è più ripetibile nel calcio moderno?

“Non so se non è ripetibile ma in quel Foggia ci fu un feeling incredibile tra allenatore, giocatori, tifosi e città. Una favola che ci consentì di arrivare settimi in campionato. Non so se è replicabile, servirebbero gli attori protagonisti che portino quel qualcosa in più e che ci sia coesione tra tutte le parti”.

Nel 1992 arrivi a Roma sponda Lazio con la pesante eredità lasciata da Ruben Sosa. Esordio con una doppietta ed entri subito nel cuore dei tifosi laziali. Nella stagione 94-95 una delle Lazio più belle della storia, ma arrivate secondi dietro la Juve. Hai il rimpianto di non aver mai vinto uno scudetto?

“No nessun rimpianto perché sono stati anni fantastici dove ho vinto tre classifiche marcatori in serie A e due in Coppa Italia. A livello personale mi sono preso tante soddisfazioni. A livello di squadra non abbiamo raccolto tanto ma perché eravamo una Lazio in fase di costruzione, quella che poi ha portato allo scudetto del 2000. Non avrò mai vinto uno scudetto ma ho raggiunto il massimo traguardo per un calciatore ossia vedere i tifosi che scendono in piazza per evitare la mia partenza. Quel gesto per me vale 10 scudetti”.

Hai lasciato la Lazio, dopo caterve di gol, appena prima che diventasse una delle squadre più forti d’Italia a causa di un rapporto mai decollato con Eriksson. Tornando indietro rifaresti le stesse scelte?

“Sì perché con quell’allenatore ho avuto problemi personali, non c’era più rispetto tra noi. Rifarei tutto e non mi pento di quello che ho fatto. Nel mio ultimo anno la Lazio ha vinto la Coppa Italia con il sottoscritto che è stato il capocannoniere del trofeo. Da lì è iniziata la cavalcata che gli ha fatto vincere scudetto e Coppa delle Coppe, quindi un piccolo merito ce l’ho anch’io”.

Oggi la Lazio ha un nuovo bomber: Ciro Immobile. Cosa pensi di lui e ci vedi qualche somiglianza con te?

“Sicuramente è uno degli attaccanti più prolifici del nostro campionato, sta dimostrando continuità e spero riesca a battere il record di gol in serie A perché è uno che si impegna, ha grande carattere, grande voglia di vincere, se lo merita. Inoltre è il capitano della Lazio quindi gli auguro ancora tanti gol. Somiglianze ne abbiamo poche, abbiamo caratteristiche diverse: io partivo palla al piede in dribbling da lontano, lui ama la profondità per trovare il gol”.

Hai raccontato in diverse interviste passate che il tuo unico rimpianto calcistico è di aver detto a Sacchi di non voler giocare a centrocampo a Usa ’94. Ti sei mai chiesto se con te in campo in finale sarebbe potuta finire diversamente?

“Con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Sicuramente è l’unico rimpianto perché la finale di un mondiale capita una volta nella vita, oggi giocherei anche in porta al posto di Pagliuca. L’unica cosa che rimprovero a Sacchi è che aveva ancora una sostituzione e se mi avesse messo dentro per i calci di rigore ci sarebbe stata una speranza in più”.

Oggi qual è il tuo rapporto con Sacchi e con Roby Baggio tuo “rivale” ai tempi della Nazionale?

“Con Sacchi c’è reciproca stima, ogni tanto lo sento e non c’è nessun tipo di rivalsa. Lui da allenatore era pagato per fare delle scelte, giuste o sbagliate che fossero. Crescendo ho capito che in quell’occasione ho peccato un po’ di presunzione. Con Roby ho un ottimo rapporto, non l’ho mai visto come un rivale. Lui è un amico e lo sento spesso, ci vogliamo bene e lo ritengo uno dei più grandi calciatori italiani”.

Quella del ’94 è ancora oggi ricordata come una delle Nazionali più forti di tutti i tempi. Oggi la situazione purtroppo è ben diversa: a breve ci sarà il mondiale e gli Azzurri non parteciperanno per la seconda volta consecutiva. Cos’è successo al nostro calcio e come può tornare ai vertici?

“La Nazionale sta pagando le conseguenze di aver abbandonato i settori giovanili nell’ultimo decennio. Non abbiamo più calciatori di un certo peso e l’inesperienza ci è costata due mondiali. Però Mancini sta facendo un grande lavoro, ha ricostruito un gruppo che si era sfasciato. Dobbiamo essere ottimisti per il futuro e non scordiamoci che l’anno scorso abbiamo vinto l’Europeo che mancava da tanti anni”.

Dopo aver lasciato la Lazio hai vestito le maglie di Sampdoria e Bologna dove hai conosciuto Mazzone, che esperienze sono state?

“La prima esperienza alla Samp è stata traumatica sia fisicamente che psicologicamente perché avevo lasciato il cuore alla Lazio. Sono arrivato a Genova con l’atteggiamento sbagliato, ho fatto male e chiedo scusa ai tifosi per non essere riuscito a rendere al massimo. Dopo l’operazione all’ernia del disco a Bologna c’è stata la mia rinascita anche grazie a Mazzone che è stato fondamentale gestendomi in maniera incredibile. Nel mio primo anno sono riuscito a fare 23 gol in stagione. Con la squadra siamo riusciti a vincere l’Intertoto e arrivare in semifinale di Coppa Italia e Coppa Uefa che per Bologna è stato un risultato storico. Ringrazio chi mi è stato vicino in quell’esperienza”.

Qual è il compagno di squadra più forte con cui hai giocato? E l’avversario più forte?

“Ce ne sono tanti di grandi giocatori che ho affrontato come Maldini, Baresi, van Basten, Zidane, Ronaldo, Baggio, Zola, Careca e tanti altri. Mentre tra i più forti con cui ho giocato direi Baggio, Boksic, Riedle, Gascoigne e tantissimi altri. Tutti quelli con cui ho giocato mi hanno supportato e sopportato, ero un ottimo compagno di squadra ma senza di loro non avrei fatto tutti quei gol”.

Qualche anno fa il Barcellona ti ha contattato per dare qualche dritta a Neymar su come calciare i rigori da fermo, tuo marchio di fabbrica. Che cosa hai pensato in quel momento? Ne sei orgoglioso?

“Sicuramente è stato un orgoglio perché Neymar voleva capire come calciarli al meglio. Chiaramente ognuno ha la propria tecnica e si deve sentire determinate cose. Lui ci ha provato: i primi due rigori sono andati bene ma poi ne ha sbagliati altri due ed è tornato a calciarli come faceva prima. Mi spiace di non essere stato efficace ma sono orgoglioso di avergli dato qualche consiglio”.

 


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