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Per Lei Combattiamo

Non chiamatelo Inzaghino

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In punta di piedi, come chi non vuole disturbare. Dalla porta di servizio, a raccogliere i cocci di una squadra a pezzi. L’upgrade è compiuto. “Benvenuto Simone”. Mani nei lunghi capelli neri. “Da dove comincio?”. Inzaghino ha più di qualche dubbio. E forse la paura di chi viene gettato in pasto ai leoni. Ma il treno passa una volta, per alcuni nemmeno quella. Simone l’ha preso al volo, si è aggrappato con le unghie, e da quell’aprile del 2016 non è più sceso. “Prossima fermata…”, come nella metropolitana. Mettetevi comodi, comincia il viaggio.

Voglio essere l’allenatore del presente, ma anche del futuro”. Ambizioso. Mica male come impatto. Dopo Norcia, dopo il derby perso 4-1. Ripartire da Pioli, dal suo sistema di gioco: troppo tardi per rivoluzionare, per quello ci sarà tempo. Un finale di stagione da incorniciare, Simone sente di aver fatto il suo dovere. “Io mi riconfermerei”. Ci crede eccome. Tenace, vizio di famiglia. Come Pippo, teutonico nella sua concretezza sotto porta. E poi la realtà, crudele, a sbattergli la porta in faccia. Bielsa per la Lazio, Inzaghino per la Salernitana. Ma il Loco non parte per Roma, e Simone é richiamato alla base. Col senno di poi, “gracias Bielsa”. Destino? Non lo sapremo mai. Simone riparte da Auronzo, dalle critiche, dallo scetticismo, ma ci era abituato. Klose non c’è più, arriva Ciro. Keita imita il Loco, ma Inzaghi lo riporta a casa. Psicologo, consigliere. E’ un passo avanti. Step by step.

Tutti sono utili, nessuno indispensabile. Spazio, concentrazione, previsione. Prima l’Ajax e l’Olanda di Rinus Michel, macchine quasi perfette. Poi la Dinamo Kiev e l’URSS di Valery Lobanovsky. E sulle loro orme Pep Guardiola e Arrigo Sacchi. Un solo diktat: non importano gli uomini, gioca chi sta meglio. La tattica è quella che conta. Prevedere dove andrá la palla. Paragoni azzardati? Sicuramente. Mostri sacri del pallone, inventori più che allenatori. Ma Inzaghi ha dimostrato di tenere fede allo stesso credo. Prima di tutto la squadra, la tattica. Poi gli uomini, al di là di alcuni fedelissimi. Pressing alto, squadra corta e compatta. Inzaghi ci sa fare a prescindere dall’impronta di gioco. Che sia 433, con esterni imprevedibili e centrocampisti pronti ad inserirsi. E poi il 352, modulo maggiormente utilizzato dal tecnico piacentino. Punte veloci, Milinkovic ad avanzare quasi sulla linea d’attacco. La Lazio si fa squadra, vera, sicura di sé. I derby sono un capolavoro. Quinto posto e finale di Coppa italia, da non crederci. E un popolo riconquistato, un Olimpico pieno come non si vedeva da tempo.

Una speranza, quasi una promessa: dare continuità. Missione mai portata a termine negli ultimi anni, ma Inzaghi ci crede, e la vittoria in Supercoppa è un risultato storico. Juventus dominata, e poi riacciuffata quando l’incubo sembrava materializzarsi. Con Lucas Leiva, “core grande” come tutta la Lazio; con un Luis Alberto rivitalizzato. Con Ale Murgia, predestinato, creatura di Inzaghi. Che fa e cambia la storia. Con un Biglia e un Keita in meno, perche è la tattica che conta, nessuno è indispensabile. Ma una figura imprescindibile c’è. Il frontman. L’interprete che ha preso per mano la squadra come un padre fa con un figlio. Inzaghino? Macchè. Nessun paragone scomodo, nessuna parentela pesante. Non ora. Simone è diventato grande.

 


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L’Italia batte l’Ungheria e si qualifica alle Finals di Nations League

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A Budapest gli Azzurri vincono contro la squadra allenata da Rossi e si aggiudica la qualificazione alle Finals di Nations League. L’Italia sblocca la partita nel primo tempo con Raspadori che sfrutta un errore della difesa ungherese. Nella ripresa Dimarco realizza la rete del 2-0 contro l’Ungheria.

  


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