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Messaggero | Il braccio di Cutrone: l’attaccante rossonero rischia una squalifica per la prova tv

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Il braccio di Cutrone (rischia una squalifica per la prova tv) ma anche i guantoni di Strakosha. Milano resta un tabù pure per lui. Un anno fa Thomas faceva, a sorpresa, il suo esordio a San Siro proprio contro i rossoneri. Anche allora non andò bene ma fu il trampolino per spiccare il volo. Bella la sfida a distanza con Gigio Donnarumma. Peccato solo che il Milan abbia segnato due gol incrementando lo score delle reti subite: 27. Non certo una delle migliori difese del campionato. E pensare che Strakosha è volato due volte a disinnescare altrettante bombe di Calhanoglu dalla distanza. Applausi di tutto lo stadio. «Non siamo felici, è normale quando si perde. Ma non dobbiamo abbassare la testa perché siamo stati sconfitti. San Siro mi ha regalato sempre belle emozioni, ci ho debuttato ma ho sempre perso qui. Mercoledì vediamo di rimediare e di vincere. Loro hanno fatto buoni risultati così come noi, stasera eravamo un po’ stanchi. La partita l’abbiamo persa nel primo tempo scendendo in campo impauriti, gli abbiamo concesso troppi spazi» l’analisi onesta del portiere laziale che ammette di non aver visto il tocco di mano di Cutrone: «Non sono io che faccio queste valutazioni, ci siamo stufati tutti: Var o non Var, sono loro che prendono le decisioni. Loro fanno delle scelte, evidentemente hanno visto una rete regolare e l’hanno concessa».

CENTRODESTRA Ancora una volta è apparso lampante che la Lazio sul centrodestra sia più vulnerabile. Su quel lato il Milan ha attaccato spesso mandando in difficoltà Bastos che non è in forma da un po’. Troppo spesso è apparso distratto. Distrazioni che hanno sempre portato al gol avversario: si perde Cutrone sul primo gol e anche sul secondo non sembra avere la posizione corretta. Ecco che in tanti si chiedono come mai non Caceres visto che anche Wallace quando ha giocato non è andato meglio? Per Inzaghi gli equilibri dello spogliatoio contano tantissimo. Far giocare subito l’uruguaiano non sarebbe stato rispetto per gli altri. Meglio prima farlo “ambientare”. Sarà in campo dal primo minuto mercoledì quando i biancocelesti torneranno a San Siro per l’andata della semifinale di Coppa Italia, sempre contro il Milan. Da valutare le condizioni di de Vrij che sicuro non giocherà. Niente di grave. Il solito ginocchio che ha bisogno di un po’ di riposo. Già in settimana aveva saltato un allenamento per lo stesso motivo. Al suo posto potrebbe esserci Luiz Felipe entrato ieri per mettere qualche minuto nelle gambe. Nessun guaio per Leiva, tolto da Inzaghi perché diffidato. A proposito contro il Genoa, lunedì 5, la Lazio dovrà fare a meno degli squalificati Milinkovic e Lulic. Prima sconfitta lontano dall’Olimpico per i biancocelesti in questa stagione.  *** il Messaggero / E. Bernardini

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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