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PAGELLE | Leiva domina la mediana, Parolo gladiatorio sulla fascia. Immobile e Lulic tradiscono sul più bello

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Strakosha 6 – Subisce due tiri in porta e altrettanti gol in novanta minuti. Bravo deviare il tiro a botta sicura su Dybala ma non può nulla sulla ribattuta di Cancelo così come viene spiazzato da Ronaldo su rigore.

Bastos 6,5 – Quando trova il campione di turno si esalta. Inzaghi gli chiede di francobollarsi a Ronaldo e l’angolano lo segue ovunque non permettendogli mai di provare la giocata fino a quando Allegri lo sposta di fascia. Viene saltato solo una volta da Bernardeschi che avvia l’azione che porta al pareggio.

Dall’89’ Pedro Neto SV

Wallace 6,5 – Non è stato bello da vedere ma è stato efficace. Attento a non lasciare spazi immolandosi quando i bianconeri provavano la conclusione. Da centrale gioca con maggiore tranquillità di quando viene schierato come interno. Certo però quel colpo di testa, anzi di spalla…

Radu 6,5 – Gara concentrata del rumeno che alterna uscite palla al piede di classe a cattive maniere quando servono. Sfortunato sul tiro di Cancelo che riesce a fargli passare la palla proprio fra le gambe.

Parolo 7 – Gladiatorio per come si sacrifica e lotta in un ruolo non suo. Mette in campo tutta la sua esperienza per tenere a bada Alex Sandro e aiutare Bastos sugli esterni offensivi bianconeri.

Milinkovic 6,5 – In mezzo al campo ma valere il suo dominio fisico e la sua classe. Qualche lampo di genio vanificato al momento della conclusione. Unico neo quella punizione allo scadere calciata davvero male.

Lucas Leiva 7,5 – MOSTRUOSO. Ridicolizza chiunque provi a varcare la sua diga costringendo la Juventus a giocare sulle fasce laterali. Gli mancava il gol per coronare una prestazione perfetta.

Lulic 5 – Uno dei meno brillanti della squadra. Poco preciso al momento di servire i compagni in area e quella frittata finale nel trattenere Cancelo in area di rigore che regala la vittoria alla Juventus.

Luis Alberto 6,5 – Gravita fra centrocampo e attacco e lo fa con eleganza e personalità. La Lazio si accende ogni qualvolta lo spagnolo ha il pallone fra i piedi. Esce quando la Juventus tenta il forcing finale.

Dall’81 Berisha SV

Correa 6,5 – Primo tempo da assoluto protagonista con slalom, doppi passi e tentativi dalla distanza troppo centrali. Cala vistosamente nella ripresa riuscendo raramente a creare pericoli.

Immobile 5 – Pesa sulla sua prestazione il grossolano errore davanti Szczesny che poteva essere il colpo del KO. Per il resto solita generosità ma anche tante accelerazioni sbagliate con movimenti che non aiutavano i compagni.

Dall’83’ Caicedo SV

All. Inzaghi 7 – Già il pareggio sarebbe stato punitivo, la sconfitta è davvero un’esagerazione. Tatticamente prepara la partita in maniera ottima vincendo il duello con Allegri. A tradirlo sono Immobile con quel gol mangiato e Lulic con quel fallo ingenuo.

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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