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Leggo | Mezzo secolo da Cholo Simeone: “Un giorno tornerò per allenare la Lazio”

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Diego Pablo Simeone compie 50 anni. Una vita passata sui campi di calcio “Il Cholo” ha sempre vinto, all’appello manca solo la Champions League persa per ben due volte sulla panchina dell’Atletico Madrid contro gli acerrimi rivali del Real che negli anni è diventato un vero e proprio incubo per Simeone.
La scalata di Simeone calciatore inizia a 20 anni a Pisa, dopo due stagioni vola a Siviglia per poi essere acquistato dall’Atletico Madrid con cui vince un campionato ed una Coppa di Spagna, nell’estate torna in Italia per vestire la maglia dell’Inter con cui vince la Coppa Uefa contro la Lazio che due anni dopo lo acquista. A Roma arriva la consacrazione: l’argentino in quattro anni vince una Supercoppa Europa, una Supercoppa Italiana, la Coppa Italia ma soprattutto l’incredibile scudetto del 2000 dopo la clamorosa rimonta sulla Juventus che, sconfitta all’ultima giornata a Perugia, si vide superare al fotofinish. Con i biancocelesti fu amore a prima vista, ancora oggi il legame con la tifoseria biancoceleste è fortissimo. Appesi gli scarpini al chiodo inizia la carriera di allenatore in Argentina con il Racing, vince il campionato di Apertura con l’Estudiantes e quello di Clausura con il River Plate, nel 2010 l’esperienza a Catania, a fine 2011 arriva la chiamata dell’Atletico Madrid, dove arriva la consacrazione. Al primo colpo vince l’Europa League, che poi rivincerà nel 2018, diventando il primo allenatore argentino ad aggiudicarsi la competizione. In bacheca ha messo uno scudetto, due Supercoppe Europee, Coppa e Supercoppa di Spagna, il finale è ancora tutto da scrivere perché “un giorno tornerò ad alleare la Lazio” come ha promesso Simeone rimasto molto legato anche all’Inter, un’altra squadra che un giorno spera di poter guidare. Prima però, ha un conto in sospeso e alla soglia dei 10 anni di Atletico Madrid l’obiettivo si chiama Champions League, unica competizione che fino ad oggi non è mai riuscito a vincere né da giocatore né da allenatore. L’argentino fa parte di quella “cantera” biancoceleste che nell’anno dello scudetto del 2000 sfornò quelli che poi sarebbe diventati dei grandi allenatori: da Mancini, passando per Mihajlovic, Nesta e Stankovic fino a Simone Inzaghi. Leggo\Enrico Sarzanini

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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