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ANGOLO DEL TIFOSO | Grottino del laziale, Enrico: “La situazione è difficile, vivo alla giornata. Consigliai ad Ederson di andare al Divino Amore”

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Terzo appuntamento con la solita rubrica ‘L’Angolo del Tifoso’. Oggi abbiamo parlato con il proprietario di uno storico ristorante di Viale Romania: il Grottino del laziale. Nato nel 1912 dal padre Giovanni D’Angeli e ora guidato dal figlio Enrico D’Angeli. Una trattoria dalla cucina casareccia e tipicamente romana, dal clima completamente biancoceleste e dai racconti storici e memorabili di Enrico e le sue avventure con la Lazio. Con Enrico abbiam parlato di questo duro periodo d’emergenza a causa del coronavirus e poi abbiamo ripercorso un po’ gli anni biancocelesti grazie ai suoi racconti.

La situazione in merito all’emergenza coronavirus è ancora in bilico. Molti ristoranti riescono ad organizzarsi con consegne a domicilio oppure asporto, voi come state rispondendo a questa emergenza? 

“Io ho riaperto lunedì scorso arrangiandomi con qualche panino o cose comunque semplici da asporto. Il tutto però per le persone che si trovano qui vicino e che ci consce da tantissimi anni. Io vorrei continuare in questo modo anche dopo, quando verrà permessa l’apertura, visto che locali come il nostro, non proprio grandi, con 1 o 2 tavolini non va da nessuna parte. E’ diventata una situazione difficile, già prima non si veniva da grossi guadagni, c’era una percezione piccola di lavoro ed ora la situazione è peggiorata drasticamente. Poi io sono uno a cui piaceva organizzare tavolate, soprattutto di laziali, ed oggi mi chiedo quando sarà possibile rifarle. Mi trovo in un coma percettibile, mi accorgo che la mia attività è completamente addormentata, vivo alla giornata. Sto provando ad andare avanti nella speranza che ogni giorno migliori, ma poi si torna a casa e alla tv ci raccontano che, paradossalmente, stiamo peggiorando”. 

Il Grottino del Laziale è uno dei più famosi ristoranti biancocelesti, come è nata questa idea e che effetto fa essere, da laziale, un emblema per moltissimi tifosi biancocelesti? 

“Il Grottino è uno dei primi ristoranti a tinte biancocelesti. Mio padre aprì subito dopo Gigi Fazi un ristoratore laziale e aveva un locale molto conosciuto e famoso. All’epoca lui girava con un furgoncino bianco con lo stemma della Lazio. In quegli anni la squadra andava sempre a mangiare da Gigi. Io non mi sento un emblema, sono semplicemente un tifoso della Lazio che ha una trattoria lasciata dal padre, nata nel 1912. Questo ristorante nacque quando papà giocava nelle giovanili della Lazio, poi fu mandato in prestito al Tivoli e una volta tornato qui a Roma e decise di cambiare nome al risorante e impostarlo a tema biancoceleste. Infatti poi di venne Il Grottino del laziale. Da noi sono passati moltissimi giocatori: da Chinaglia, D’Amico, Wilson a Vieri, Pancaro, Favalli e Signori. Mentre della Lazio un pò più recente è venuto Ederson con la moglie. Mi ricordo che una volta, visto che aveva tanti problemi con il ginocchio, gli dissi che l’avrei portato alla Madonna del Divino Amore. Lui non la conosceva, la moglie mi ha chiesto di spiegarglielo e la domenica mattina mi sono arrivate le foto di lui e Patrizia alla Madonna del Divino Amore. dal 2009 in poi ho iniziato a gestire io il ristorante, dopo la morte di mio padre, e mi sono fatto praticamente tutti gli anni della crisi e ora che ci stavamo per riprendere è arrivata questa epidemia e ci riporta ancora peggio della grande crisi di quegli anni”.  

Parlando invece di calcio giocato, in questi giorni si sta discutendo molto su una possibile ripresa del campionato. Saresti favorevole? Credi ci siano le condizioni per riprendere a giocare? 

“Penso che il calcio oggi possa dare una spinta di fiducia a tutti quanti. Credo possa spingere le persone a cambiare canale e non guardare più le continue notizie di morti, contagiati e guariti. Il calcio ora può portare un po’ di fantasia e aiuterebbe a liberare la mente. Serve poi che le società remino tutte dalla stessa parte. In questi giorni ho seguito quello che ha fatto il Presidente Lotito ed è qualcosa di eccezionale: tiene tutti sotto controllo con esami, test, tamponi ed è pronto a ripartire in sicurezza. Io credo che il campionato possa tranquillamente ricominciareanche per dare un po’ di svago a tutti quanti noi”. 

La Lazio sicuramente ha avuto grande importanza nella tua vita personale e anche lavorativa. Qual è il ricordo più bello che hai vissuto da laziale? 

“In assoluto uno dei ricordi più belli fu una trasferta a Cagliari. Andai con il mio bandierone e non avevo il biglietto, raggiunsi il ritiro della Lazio e incontrai Re Cecconi, Wilson e D’Amico che mi rimediarono il biglietto per la partita e sono riuscito a raggiungere lo stadio, vincendo poi per 1-0. Al ritorno andai da loro in albergo per salutarli e mi proposero di fare a cambio di biglietto aereo per tornare con loro. Chiesero a Maestrelli se potevo andare con loro e disse di sì. La sera quindi mangiai con loro e mi ricordo addirittura i posti a sedere, raccontarla ora mi fa venire i brividi. Alla fine prendiamo l’aereo, atterriamo e a Tor di Quinto tutti presero le loro macchine per andare via e Wilson, con un Volkswagen bianco, e mi chiede come sarei tornato a casa e io gli dissi che sarei tornato da solo. Così lui mi fece salire con il mio bandierone e mi riportò a casa. Mentre poi stavo togliendo l’asta della bandiera che si era incastrata Pino si gira e gli arriva l’asta dritta sul naso e lui mi prese a parolacce e mi fece uscire di corsa. Questa fu una giornata memorabile che mi ricorderò per sempre”. 

Il giocatore del passato o del presente a cui sei più affezionato? 

“Vincenzo D’Amico. Lui per me è come un fratello e mi ricordo che io ogni volta lo andavo a prendere a Via Porpora per portarlo allo stadio e gli andavo a bussare direttamente in camera. Poi a volte mi mandava a Via Morgagni a prendere la tuta e la divisa, e mi disse di presentarmi lì come un giocatore della Primavera per farmi dare tutto. Io presi tutto e andai a Tor di Quinto vestito con la divisa ufficiale, e ci mettevamo a palleggiare tra di noi con i tifosi che chiedevano a Vincenzo chi fossi, e lui rispondeva dicendo che ero il fratello visto che eravamo entrambi ricci e biondi”. 

Cosa ti auguri per questa Lazio, se e quando si ritornerà a giocare? 

“Mi auguro che continui a fare quanto fatto fin ora. Negli anni ero uno fra i tanti che criticava Lotito, ma ad oggi lo ringrazio invece per quanto sta facendo e per aver riportato la Lazio a questi livelli. Spero che la Lazio continui a crescere sempre di più anno dopo anno e allo stesso tempo spero che tutta questa situazione cambi, nella speranza di tornarci ad abbracciare qui dentro al mio ristorante gioendo per le cavalcate di questa Lazio”. 

 


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ANGOLO DEL TIFOSO | Scattarreggia, autore del libro dedicato a Chinaglia: “Ci ha regalato l’orgoglio di essere laziali. Se fossi riuscito a parlarci gli avrei voluto dire che..”

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Paolo Scattarreggia, autore del libro “Il grido di battaglia. Come Giorgio Chinaglia ha cambiato la storia per i tifosi della Lazio” è intervenuto in esclusiva ai microfoni di Laziopress. Lo scrittore ha parlato della sua esperienza da supporter biancoceleste, di quanto Chinaglia fosse importante per il popolo biancoceleste e di cosa avrebbe detto a Giorgio, se non fosse venuto a mancare prima di una cena a tre organizzata da un suo amico americano, che era solito frequentare lo stesso ristorante della bandiera biancoceleste degli anni ’70.

Come nasce l’idea di pubblicare il libro?
Sono cresciuto seguendo la Lazio di Chinaglia quando avevo solamente 11 anni. Tra l’altro io vivevo nella zona costruita dal presidente Lenzini e avevo modo di incontrare diversi giocatori che abitavano in quel quartiere: giocavo con loro e c’era la possibilità di incrociarli. Poi la vita mi ha portato in giro e, da circa vent’anni, vivo in America. Dieci anni fa ho scoperto per caso che Chinaglia viveva in Florida e un mio amico mi propose di andare a pranzo in un ristorante, che Giorgio era solito frequentare. Purtroppo, Chinaglia morì poco prima del nostro incontro; quindi, io decisi di andare al funerale a Naples. La famiglia fu molto disponibile e mi permise di depositare la bandiera biancoceleste vicino al feretro e, parlando con i presenti, mi resi conto che non avevano alcuna idea di quanto Chinaglia fosse stato importante per noi tifosi. Durante il funerale parlai in onore di Giorgio e sua moglie mi disse che le mie parole l’avevano commossa a tal punto di chiedermi di mettere la bandiera della Lazio nel feretro del marito. Adesso la bandiera è con lui. Quindi al decennale della sua morte decisi di far uscire un libro in suo ricordo, dove ho ripercorso le vicende giudiziarie da lui vissute e raccontato i passati 40 anni vissuti da tifoso, fino ad arrivare al momento del funerale”.

Se fossi riuscito ad andare a quella cena, che cosa avresti voluto dire a Chinaglia?
(ride, ndr) Gli avrei voluto chiedere tanti aneddoti di quegli anni: da quando è andato via, fino al momento in cui è tornato. Avrei voluto sapere come fossero andare le cose, perché da presidente lui ci ha messo i soldi, ma anche il cuore. Quando ho presentato il libro ho avuto la fortuna di passare un’ora con Giancarlo Oddi che mi ha raccontato molte vicende e chissà Giorgio quanto avrebbe potuto dirmi. Mi è dispiaciuto molto non averci potuto parlare a cena, ma ho pensato che scrivere un libro in suo onore fosse il modo migliore per rendergli omaggio”.

 Cosa ha rappresentato per te Giorgio Chinaglia?
“La particolarità di Chinaglia è stata quella di averci regalato per la prima volta il diritto di riscatto e l’orgoglio di essere laziali. Giorgio ha sfidato tutti e i tifosi hanno capito di poter alzare la testa di fronte a tutti. La vittoria dello scudetto nel ’74 ha rappresentato il simbolo di questa rinascita”.

Che discorso hai fatto al funerale?
“Ho raccontato le emozioni che provavamo noi tifosi vedendo giocare la Lazio di quegli anni. Le squadre venivano a Roma e perdevano tutte, un’esperienza che non avevamo mai vissuto; per cui ho raccontato questo periodo di entusiasmo”.

Attualmente pensi ci sia un giocatore biancoceleste che faccia sentire i tifosi orgogliosi di essere laziali?
“I tempi sono diversi, ma ritengo che Immobile stia cominciando a diventare un leader e un punto di riferimento. Come ho scritto nel libro, il calciatore ideale è quello che in campo prova le stesse emozioni del tifoso. Anche l’arrivo di Romagnoli è stato fondamentale, perché la gente ha ripreso ad andare allo stadio; il fatto che sia laziale ha dato un forte impulso alla tifoseria”.

Lei ha una targa con la scritta Lazio. Ha avuto difficoltà nell’ottenerla o ha riscontrato dei problemi nel corso del tempo?
Negli Usa è possibile personalizzare la targa ed è quindi legale scegliere un nome, a patto che nessuno già lo abbia già utilizzato. Molti anni fa ho scelto questa, e ad oggi pago di più il prezzo del bollo. In Florida,  la targa normale è bianca con le scritte verdi e, avendola personalizzata a seconda degli sfondi, ho potuto scegliere di quale colore farla. Ho optato per questa perchè è la più azzurra di tutte e riporta la scritta “salvate le balene della Florida”. Il fatto è che non è solo azzurra ma ha la coda della balena, che nella mia immaginazione rispecchia le ali dell’aquila. La ho da almeno 10 anni e, a meno che io non ci rinunci, nessuno può averla”. 


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