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26 maggio 2013: una giornata lunga una vita per ogni laziale (e non solo)

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Sarebbe semplice celebrare il 26 maggio 2013 ricordando il gol di Lulic, la traversa di Totti, la spazzata in Tribuna Tevere di Ciani. Per narrare al meglio una storia simile, occorre in realtà scavare più in profondità nelle emozioni di ogni laziale riannodando il nastro fino alla tarda serata di mercoledì 17 aprile quando Bergonzi a San Siro, con tre semplici fischi, apre le porte della finale di Coppa Italia alla Roma facendo schizzare  la pressione nel cuore di ogni sostenitore biancoceleste denso di voglia di affrontare la partita della vita, ma abitato anche dall’ immensa paura del fallimento. Da quel giorno in avanti nulla è più come prima: l’ansia diventa una compagna di vita immancabile, nei bar, piazze e in qualsiasi luogo dove si radunino tre o più persone non si parla d’altro. Roma-Lazio, un derby contro in una finale di coppa, una cosa mai vista e che forse non si vedrà mai più. Impossibile trovare un attimo di pace tra la ricerca dei biglietti, le radio romane invase da tifosi che cercano conforto e tranquillità ed una mancanza di sonno che cresce sempre più. La sfida si avvicina, del campionato oramai non importa quasi più niente a nessuno se non fosse che all’ ultima giornata, complice il k.o. con il Cagliari, la Lazio viene scavalcata in classifica proprio dalla Roma. Mancano pochi giorni e così il derby si colora di un’ ulteriore motivazione. Ci si gioca tutto in novanta, massimo centoventi minuti: primato cittadino, accesso in Europa League e prese in giro lunghe una vita.

Il giorno della verità

Con queste sensazioni si arriva che, fino alle 19,27, nessuno avrebbe voluto vivere. Nelle vie di Roma regna il silenzio più assoluto con il tempo soleggiato a rendere tutto più caldo. Ponte Milvio è fin dalle prime ore del mattino biancazzurra, tutti indossano una maglia celeste come richiesto dalla Curva Nord mentre un clima denso di ansia e paura circonda il Foro Italico. All’ interno dell’ Olimpico poi ogni minima sensazione viene elettrizzata. Tra uno striscione e l’altro, i ragazzi della Curva distribuiscono le bandierine per la scenografia che si preannuncia come sempre spettacolare. Si prova a ridere e a scherzare con parenti ed amici mentre sul prato verde si divertono (almeno loro) i bambini degli oratori. Poi all’improvviso tutto si ferma, partono le note di “Morning Glory” degli Oasis con lo speaker che annuncia la formazione biancoceleste. Gli undici scelti da Petkovic iniziano il warm up: il popolo laziale può finalmente scaricare un po’ di adrenalina accumulata in settimane infinite, incitando i suoi beniamini che fin da subito appaiono  molto concentrati. L’apparente serenità però dura poco: terminato il riscaldamento le squadre tornano negli spogliatoi ed una sensazione di terrore pervade tutti: non si può più tornare indietro, il clou è dietro l’angolo. Le squadre entrano in campo, la Nord richiama la storia con un aquilifero che incontra un tifoso mentre da sotto ecco apparire uno striscione che gonfia il petto di ogni laziale: “L’aquila è Roma…e noi i suoi degni eredi”. Poi Orsato dà il via alle ostilità, e da qui il racconto torna sui binari della classicità. Nel primo tempo il match è brutto tranne per alcune fiammate di Lulic e Klose da una parte e di Destro e Bradley dall’altra. Nella ripresa la Lazio alza i ritmi, ma è la Roma a sfiorare il vantaggio con Destro che, invece di servire Totti libero al centro dell’area (ancora grazie), chiude sul primo palo una conclusione bloccata da Marchetti. Poco dopo viene scritta la storia: Lulic insacca il pallone della storia, la Nord esplode così come vorrebbe fare la Sud poco dopo se non fosse che Marchetti, in simbiosi con la traversa, strozza l’urlo in gola dei sostenitori giallorossi. Il match prosegue, ma il tempo non passa mai (complice anche la mancata indicazione dei secondi sul maxischermo dello stadio) con la Roma che prova il tutto per tutto e la Lazio che respinge come l’esercito romano con la formazione a testuggine. L’ansia non si riesce più a trattenere: c’è chi non guarda, chi assume calmanti, chi sparisce sotto il seggiolino. Ci pensa allora Orsato a sigillare eternamente il successo biancoceleste con tre fischi e le braccia aperte che formano un’immagine indelebile in ognuno. Il resto è storia: Mauri alza la Coppa, la scenografia viene stesa sul prato, i legionari romani offrono un tocco storico al tutto (semmai ce ne fosse ancora bisogna). La festa è appena all’inizio: Piazza del Popolo e Ponte Milvio sono presi d’assalto, i fast food si trasformano in Curva Nord per una notte. In ogni quartiere si improvvisano feste, si celebra il funerale della Roma. La Capitale è, finalmente, biancazzurra. Piazza di Spagna si tinge con i colori della Grecia, patria delle Olimpiadi, esaltando così al massimo i monumenti che fanno grande Roma. 26 maggio 2013: una semplice data che racchiude in sé il passato, il presente ed il futuro calcistico della Città Eterna.

 

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Scudetto Milan, rubata la medaglia di Pioli: “Restituitemela, è l’unica che ho”

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 Episodio sgradevole durante i festeggiamenti per il diciannovesimo titolo rossonero. Il tecnico: “Me l’hanno strappata dal collo, aiutatemi a ritrovarla”.

REGGIO EMILIA – La festa per lo scudetto vinto dal Milan non è rovinata. Ma l’episodio è sgradevole. Al tecnico rossonero Stefano Pioli è stata rubata la medaglia ricevuta durante la premiazione. “Mi hanno strappato la medaglia nelle celebrazioni: se potete fare un appello vi ringrazio, è l’unica che ho”.

Il furto della medaglia di Pioli è avvenuta mentre si stavano svolgendo i festeggiamenti. I tifosi hanno cantato in continuazione il coro “Pioli is on fire”, sulle note della celebre canzone “Freed from desire”. Prima della premiazione dei rossoneri, Ibrahimovic aveva innaffiato di prosecco Pioli, poi si era acceso un sigaro. “Non mi sono mai sentito così bene – aveva detto poco prima del fattaccio Pioli – io mi conosco e so quanto è importante sentirmi apprezzato come mi sono sentito nell’ambiente Milan. E questo mi ha permesso di fare quello che ho fatto e ai miei giocatori di darmi il cuore e la testa. Siamo un squadra di fenomeni, non abbiamo mai mollato. Ci abbiamo creduto sempre e siamo stati più continui dell’Inter”. Restituite quella medaglia a Pioli, se l’è meritata. Repubblica.it 

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