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Sannino, ex allenatore di Luiz Felipe alla Salernitana: “A Lotito dissi che avrebbe fatto le fortune della Lazio. È un top”

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È tornato con il Borussia Dortmund per riprendersi la difesa della Lazio. Archiviato l’infortunio rimediato nell’amichevole con il Frosinone Luiz Felipe martedì ha ripreso posto nella retroguardia biancoceleste annullando per buona parte della gara gli attacchi dei tedeschi. Una crescita lenta e costante la sua fondata sempre su un grande talento come testimoniato da Giuseppe Sannino, suo tecnico alla Salernitana, attraverso i microfoni di Calciomercato.com: “Luiz Felipe con il Borussia Dortmund ha disputato una grande gara. È partito da lontano, ma non va vista questa prestazione per cono0scerlo. Ha giocato molto bene, ma per quanto mi riguarda non è una novità. Va evidenziato anche che sta giocando in una posizione differente rispetto a quella in cui giocava precedentemente, non più da “braccetto” della difesa a 3, bensì da perno che guida la difesa e penso che sia la sua definitiva consacrazione. Alla Salernitana era arrivato quando il campionato era già iniziato. Lui veniva dalla Lazio, ma non c’era mai passato veramente. Intuii subito che possedeva grandi qualità tecniche, ma aveva ancora bisogno di capire la nostra fase difensiva. A livello tattico noi chiediamo molto, ma io intravedevo in lui un grande potenziale. Ricordo aveva iniziato da esterno di fascia, ma giocando a 5 ho scelto di inserirlo da terzo in difesa e la sua carriera è cambiata li. Un aneddoto? Con Lotito ci sentivamo sempre nei giorni prima delle partite e gli dicevo: “Lei è fortunato, ha un calciatore che farà le fortune della Lazio”, ma lui annuiva e non rispondeva dato che non lo aveva ancora visto giocare. Mi ricordo anche che Inzaghi non era del tutto convinto e l’anno successivo voleva mandarlo in prestito, ma gli dissi nel corso di un’amichevole: “Ha un gran futuro, fallo giocare”. Rimase alla Lazio e oggi è il difensore che ammiriamo. È un top, ne sono convinto e penso che di ciò ne siano convinti anche gli addetti ai lavori. Il fatto che si trovi già ad alti livelli non lo noti da gare come quella dell’altra sera in Champions, bensì da altre in cui, in passato, ha commesso degli errori. I tifosi quando sbagli ti affossano, ma credo che lui sia mentalmente più forte di tutti, non si è mai arreso, ha reagito e ciò l’ha fatto maturare molto. Non è un caso che lo cercasse il Barcellona o che anche Mancini si sia informato per poterlo convocare”.

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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