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PRIMAVERA1 | Genoa-Lazio, le pagelle: esordio da dimenticare per Calori. La difesa crolla, Raúl Moro e Shehu invisibili

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Pereira 5,5 – Non ha grandi colpe nei gol rossoblù, spesso interviene in maniera frettolosa negli interventi e nelle uscite non garantendo la sicurezza necessaria alla retroguardia difensiva della Lazio. In occasione del quarto gol decide di mettere solo due uomini in barriera dando più visibilità e specchio a Dumbravanu che insacca.

Floriani Mussolini 6 – Discreta prova del classe 2003 che salva la porta custodita da Pereira in un paio di occasioni, in un ruolo soprattutto non suo. Ci mette infatti una pezza spesso e volentieri dimostrando spirito di abnegazione.

Novella 4,5 – Spesso nel primo tempo prova a incidere sulla gara con qualche folata offensiva ma senza risultati. In zona difensiva perde spesso la marcatura come in occasione del primo gol del Genoa, con Boci lasciato tutto solo sulla sua zolla di competenza. Commette fallo su Dellepiane concedendo il penalty al Genoa e atterra Kallon fuori area, nella punizione che poi porterà al quarto  gol rossoblù.

Dal 64′ Zaghini 5,5 – Calori lo fa entrare al posto di un distratto Novella. Non incide sulla partita soffrendo anche lui le folate offensive degli avversari.

D. Franco 5,5 – Non prende per mano la difesa ed è colpevole di qualche sbavatura. Gara incolore senza troppi sussulti. Nella seconda frazione di gioco soffre un po’ troppo il tandem Estrella-Kallon e crolla con tutta la squadra. A dieci minuti dalla fine sulla linea di porta salva con la testa il tiro a botta sicura di Konig.

T. Marino 5,5 – Assente in fase offensiva, non si lancia mai in sovrapposizione. Autore anche lui di qualche sbavatura lì dietro, soffre le numerose cavalcate di Dellepiane concedendo qualcosa di troppo all’esterno rossoblù.

Shehu 5 – Totalmente assente nei primi 45 minuti, ha poche volte il pallone fra i piedi e non riesce mai a prendere le redini del centrocampo. In zona offensiva la Lazio è orfana dei suoi guizzi che non sono mai arrivati. Al 58′ lascia spazio a Tare.

Dal 58′ Tare 5,5 – Calori lo manda in campo per aumentare il peso offensivo della squadra. Bravo a proteggere palla in qualche occasione per permettere alla squadra di salire ma i biancocelesti non trovano quasi mai la porta.

Bertini 6 – Ordinato e preciso come sempre in mezzo al campo. Chiude bene diversi filtranti dei padroni di casa e permette, quando possibile, ai biancocelesti di ripartire in contropiede. Da solo però non basta.

Ferrante 5 – Altra prova da titolare, altra prestazione anonima per il centrocampista classe 2003. In fase offensiva il suo apporto non si vede quasi mai. In fase difensiva aiuta la squadra a creare densità.

Castigliani  6,5 – Ci prova e lotta con tutto quello che ha, non supportato a sufficienza dai compagni spesso si lancia in azioni individuali provando a colpire la difesa avversaria. Protagonista di un ottimo lavoro sporco, protegge palla per far salire i compagni e facendo a sportellate soprattutto con Gjini e Dumbravanu.

Dal 68′ Cesaroni 5,5 – Poco più di venti minuti a disposizione per provare a mescolare le carte in mezzo al campo. Complice la gara già sul 4-0 viene cercato pochissime volte e non riesce a incidere.

Cerbara 5,5 – Anche lui cercato poco dai compagni. Nel primo tempo ha due occasioni a disposizione: nella prima, da posizione defilata, è bravo Agostino a rispondere, nella seconda è troppo altruista cercando l’appoggio sul compagno.

Dal 68′ Mancino 5,5 – Come per Cesaroni, anche per il classe 2003 poco più di venti minuti per provare qualcosa di diverso. Entra sul 4-0 a partita già compromessa e non può nulla.

Raúl Moro 5 –  Da un giocatore con le sue qualità ci si aspetta sempre il guizzo vincente. Nei 90 minuti si accende una sola volta non riuscendo a concludere al meglio dopo il dribbling tra la difesa genoana. Nel secondo tempo l’unica chance è uno stacco di testa che termina fuori. Alla Lazio è mancata la sua imprevedibilità. Gara da rivedere per lo spagnolo.

 

All. Calori 5,5  – Esordio da dimenticare per mister Calori che non riesce ad invertire il trend negativo dei biancocelesti. Nona sconfitta consecutiva e morale a pezzi. Ridisegna la squadra, anche negli interpreti, complice qualche assenza di troppo. Ora l’ultimo “test” contro l’Ascoli in campionato prima dei play-out in cui la Lazio non dovrà assolutamente fallire, se vuole evitare l’incubo retrocessione.

 


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Il Messaggero | Sarri, la Lazio non cambia mai

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L’eterno ritorno dell’identico, un sali e scendi continuo, dentro e fuori dal campo. Non cambia mai, la Lazio, né l’ambiente intorno. E si finisce sempre a predicare equilibrio su un dondolo. Dal premio oscar col Milan al film horror. Forse al prossimo show torneranno tutti sul carro di Maurizio, ma intanto Sarri torna sotto processo, anche se la Lazio ha sette punti in più dell’anno scorso ed è comunque quarta a un punto dalla Roma al terzo posto, tutt’altro che scontato (per rosa e fatturato), in attesa dello scontro diretto con l’Atalanta di sabato. Sarà un bivio. Ma dopo l’ennesimo pareggio a Verona e il calo vistoso delle ultime sette gare (9 punti, 9 gol subiti e appena 11 fatti), meritano comunque un’analisi lucida e approfondita le accuse mosse al tecnico. Partiamo dai soli due cambi sfruttati al Bentegodi, ovvero Vecino e Felipe Anderson: «Non volevo andare oltre perché la squadra nel finale era cresciuta molto». Quella voglia nel recupero di trovare il successo spinge ancora Sarri a fare i complimenti allo spogliatoio, persino il giorno dopo a Formello. Ma è solo un modo per tenere unito questo gruppo perché adesso tornano pure i mugugni interni, soprattutto di chi gioca meno: per esempio, soprattutto Lazzari è arrabbiato, come lo sono i tifosi per il suo mancato ingresso, dimenticando forse la sua prestazione opaca a Torino. È un dato di fatto però che Sarri si affida sempre allo stesso zoccolo duro, ha impiegato 21 giocatori quest’anno, 5 dei quali con un minutaggio ristretto (Maximiano, Radu, Marcos Antonio, Cancellieri e Romero): nessuna big in Serie A ne ha invece utilizzati meno, nei primi 5 campionati Europei solo Guardiola ha lo stesso metodo. Ma dalla panchina biancoceleste chi dovrebbe dare il cambio di passo? La società non ha preso un attaccante – neanche Bonazzoli – a gennaio per non «turbare l’equilibrio». Questa Lazio sa stravincere, ma mai vincere giocando sporco, specie con un Immobile così sotto tono. Solo il vero Ciro può trasformare in oro ogni chance in quei maledetti match che si mettono di traverso e non sta più succedendo. Felipe e Zaccagni sono spremuti, ora lo pagano e non sono nati cecchini di ruolo. Non a caso, nel 2023 la Lazio non conclude più, ha una media di tre tiri a gara (grazie ai 6 in Coppa col Bologna) nello specchio.

DIFETTO SENZA RIMEDIO – Vanno rivisti gli schemi da calcio piazzato e gli angoli di Luis Alberto. Sul patibolo torna però sempre l’integralismo di Sarri ovvero quell’incapacità di cambiare in corsa il 4-3-3 con un altro modulo. Anche questo un vecchio ritornello, che oltretutto si scontra con le caratteristiche dell’organico, in cui Sarri avrebbe voluto molta più corsa e strappi a centrocampo. Il problema piuttosto rimane un antico difetto nel cervello, i blackout che si verificano da un decennio e stavolta valgono il sesto gol incassato nel primo quarto d’ora del secondo tempo, i 17 punti persi da una situazione di vantaggio, 9 solo nel nuovo anno. La difesa a zona (vedi l’errore di Casale) va in tilt se tutti non sono concentrati al massimo. Forse l’unica vera colpa che si può imputare a Maurizio è di non essere riuscito neanche lui a trovare un rimedio. I tifosi lo perdonavano a Inzaghi, non a un allenatore con 4 milioni d’ingaggio, ovvero il top mai pagato da Lotito. Persino il patron adesso gli rimprovera questo e di aver messo insieme 18 punti in nove gare contro le big e appena 21 in dodici contro le squadre della seconda parte della classifica in basso. Le motivazioni e il carattere rimangono sempre il neo di una Lazio già fuori dall’Europa League e dalla Coppa Italia, ma ancora in corsa per la Conference e la conquista della Champions. Forse senza la Juve e con un Milan sul precipizio, non serve più un “miracolo”, ma il cammino rimane tortuoso. Il gap in panchina non è stato colmato nonostante i tanti milioni spesi in estate, un boomerang per il tecnico. Guai però a far diventare Sarri il “capro espiatorio”, a pressarlo sul futuro con un rinnovo triennale di Tare già in bozza nei meandri di Formello. È stato avviato un progetto di cambiamento, ci sono sempre incidenti di percorso, ma è folle interromperlo e tornare al passato. Altrimenti non si farà davvero mai il salto in alto. Il Messaggero/Alberto Abbate

 


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