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Da Rubén Sosa a Muslera, passando per González e Cáceres: ora Vecino, il 9° uruguaiano nella storia della Lazio

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Prosegue spedito il lavoro della Lazio in questa finestra estiva di calciomercato. Non solo per quanto riguarda le entrate, ma anche sul fronte cessioni. Dopo una prima parte in cui sono arrivati ben sei nuovi acquisti (Maximiano per la porta, Casale, Romagnoli e Gila in difesa, Marcos Antonio a centrocampo e Cancellieri in attacco) e usciti diversi calciatori considerati fuori dal progetto, la seconda parte di mercato biancoceleste si è aperta con il settimo rinforzo: a parametro zero è arrivato Matías Vecino, centrocampista uruguaiano classe 1991. Attraverso un comunicato pubblicato lo scorso lunedì, la Lazio ha reso noto il passaggio dell’ex Inter in biancoceleste per i prossimi tre anni. Dopo Marcos Antonio, ecco un altro sudamericano pronto a rinforzare il centrocampo biancoceleste di mister Sarri. Il Comandante conosce bene Vecino, visto che nella stagione 2014/2015 hanno lavorato insieme ad Empoli.

Prosegue dunque in Italia la carriera del centrocampista uruguaiano, dopo le esperienze con la maglia di Fiorentina, Cagliari, Empoli ed Inter. Con i nerazzurri ha conquistato anche i suoi unici tre trofei italiani, ovvero uno Scudetto, una Coppa Italia ed una Supercoppa Italiana. Dalla Celeste dell’Uruguay al biancoceleste della Lazio, Vecino è pronto a mettere a disposizione di Sarri tutta la sua esperienza.

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Matías Vecino, il 9° uruguaiano nella storia della Lazio

Con l’arrivo di Vecino alla Lazio, aumenta il gruppo sudamericano della rosa biancoceleste. Dopo tre anni, un calciatore proveniente dall’Uruguay torna a vestire la maglia della Lazio: Matías Vecino sarà il nono calciatore uruguaiano della storia biancoceleste. L’ultimo, nel 2019, fu Martín Cáceres, mentre per ruolo, l’ex Inter sarà il secondo centrocampista dopo Álvaro “El Tata” González. Il primo calciatore della Celeste a vestire la maglia della Lazio invece, fu il difensore Maximiliano Faotto nel lontano 1937. Ecco gli otto calciatori uruguaiani che hanno vestito la maglia biancoceleste.

MAXIMILIANO FAOTTO – Nel 1937 diventa il primo calciatore proveniente dall’Uruguay nella storia della Lazio. Acquistato dal Palermo, il difensore disputa tre stagioni in maglia biancoceleste, collezionando in totale 59 presenze (53 in campionato e 6 in Coppa Italia) ed una rete segnata. Oltre alla maglia biancoceleste e quella rosanero, in Italia ha vestito anche quella del Napoli e dell’Ascoli.

VICTOR HOMERO GUAGLIONE – Ex attaccante, veste la maglia della Lazio in una sola stagione (1960/1961). In quell’anno colleziona una sola presenza, nella sconfitta dei biancocelesti in casa dell’Udinese per 2-0.

NELSON GUTIERREZ – Il secondo difensore uruguaiano in biancoceleste trascorre anche lui una sola stagione con la maglia della Lazio, dal 1988 al 1989. Acquistato in Argentina dal River Plate, Gutiérrez raggiunge quota 25 presenze con la Lazio: 17 in Serie A, dove sigla la sua unica rete in biancoceleste, e 8 in Coppa Italia. In Italia indossa anche la maglia dell’Hellas Verona, l’anno dopo aver lasciato la Capitale.

RUBEN SOSA – Nel 1988 la Lazio acquista dal Real Zaragoza l’attaccante Rubén Sosa. In biancoceleste fino al 1992, in quattro stagioni colleziona 140 presenze (124 in Serie A e 16 in Coppa Italia), il numero più alto in un club della sua carriera. Protagonista di un coro tutt’oggi cantato dai tifosi della Lazio allo stadio, Rubén Sosa mette a segno anche 47 reti in tutte le competizioni. Lasciata la Capitale si trasferisce all’Inter, la seconda ed ultima squadra italiana della sua carriera da calciatore.

FERNANDO MUSLERA – Il primo portiere uruguaiano nella storia della Lazio. Arrivato nella Capitale nel 2007, anche lui trascorre quattro anni della sua carriera in biancoceleste. Colleziona ben 113 presenze suddivise in: 96 in campionato, 12 in Coppa Italia, 1 in Supercoppa Italiana e 4 tra qualificazione e fase finale di Europa League. Inoltre è stato anche il primo uruguaiano a conquistare trofei con la Lazio: nella stagione 2008/2009 vince la Coppa Italia contro la Sampdoria da protagonista, con due parate decisive alla lotteria dei rigori, mentre tre mesi dopo è arrivata la Supercoppa Italiana in quel di Pechino contro l’Inter.

ALVARO GONZALEZ – Dal 2010 al 2015 alla Lazio, “El Tata” González colleziona 146 presenze in cinque anni: 113 in Serie A, 11 in Coppa Italia e 22 in Europa League. Il centrocampista fu protagonista della storica Coppa Italia vinta dalla Lazio contro la Roma il 26 maggio 2013. Oltre alla maglia biancoceleste, in Italia ha vestito anche quella del Torino, proprio in prestito dalla Lazio.

EMILIANO ALFARO – Acquistato nel 2012, l’attaccante uruguaiano raccoglie solamente otto presente nel campionato italiano con la maglia biancoceleste. Nel 2015 viene ceduto a titolo definitivo dopo alcuni prestiti durante la sua avventura poco fortunata nella Capitale.

MARTIN CACERES – La Lazio acquista il difensore nel 2018 dall’Hellas Verona, nella sessione invernale di calciomercato. In un anno in biancoceleste, Cáceres colleziona 18 presenze (10 in campionato, 2 in Coppa Italia e 6 in Europa League) ed un gol. Un anno dopo, nel gennaio 2019, lascia la Capitale. In Italia ha vestito anche le maglie di Juventus, appunto Hellas, Fiorentina e Cagliari.

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Beppe Signori: “Scudetto con la Lazio? Non ho rimpianti. Immobile? Poche somiglianze con lui”. E su Neymar…

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La bandiera biancocceleste Beppe Signori ha rilasciato un’intervista esclusiva alla redazione di Chiamarsi Bomber, dove si sono affrontati più temi: da Zeman all’arrivo alla Lazio, passando per Ciro Immobile e un aneddoto su Neymar. Ecco le sue parole:

Hai sempre detto di aver avuto tanti bravi allenatori ma un solo maestro, Zdenek Zeman. Com’è nato il vostro feeling?

“È un feeling nato nei mesi e negli anni che siamo stati insieme. Lui per me è stato più di un allenatore, è stato un maestro che mi ha insegnato a giocare a calcio, i movimenti e i tempi di gioco. Non ultimo mi ha trasformato da trequartista anomalo ad attaccante vero”.

Come mai zemanlandia non è più ripetibile nel calcio moderno?

“Non so se non è ripetibile ma in quel Foggia ci fu un feeling incredibile tra allenatore, giocatori, tifosi e città. Una favola che ci consentì di arrivare settimi in campionato. Non so se è replicabile, servirebbero gli attori protagonisti che portino quel qualcosa in più e che ci sia coesione tra tutte le parti”.

Nel 1992 arrivi a Roma sponda Lazio con la pesante eredità lasciata da Ruben Sosa. Esordio con una doppietta ed entri subito nel cuore dei tifosi laziali. Nella stagione 94-95 una delle Lazio più belle della storia, ma arrivate secondi dietro la Juve. Hai il rimpianto di non aver mai vinto uno scudetto?

“No nessun rimpianto perché sono stati anni fantastici dove ho vinto tre classifiche marcatori in serie A e due in Coppa Italia. A livello personale mi sono preso tante soddisfazioni. A livello di squadra non abbiamo raccolto tanto ma perché eravamo una Lazio in fase di costruzione, quella che poi ha portato allo scudetto del 2000. Non avrò mai vinto uno scudetto ma ho raggiunto il massimo traguardo per un calciatore ossia vedere i tifosi che scendono in piazza per evitare la mia partenza. Quel gesto per me vale 10 scudetti”.

Hai lasciato la Lazio, dopo caterve di gol, appena prima che diventasse una delle squadre più forti d’Italia a causa di un rapporto mai decollato con Eriksson. Tornando indietro rifaresti le stesse scelte?

“Sì perché con quell’allenatore ho avuto problemi personali, non c’era più rispetto tra noi. Rifarei tutto e non mi pento di quello che ho fatto. Nel mio ultimo anno la Lazio ha vinto la Coppa Italia con il sottoscritto che è stato il capocannoniere del trofeo. Da lì è iniziata la cavalcata che gli ha fatto vincere scudetto e Coppa delle Coppe, quindi un piccolo merito ce l’ho anch’io”.

Oggi la Lazio ha un nuovo bomber: Ciro Immobile. Cosa pensi di lui e ci vedi qualche somiglianza con te?

“Sicuramente è uno degli attaccanti più prolifici del nostro campionato, sta dimostrando continuità e spero riesca a battere il record di gol in serie A perché è uno che si impegna, ha grande carattere, grande voglia di vincere, se lo merita. Inoltre è il capitano della Lazio quindi gli auguro ancora tanti gol. Somiglianze ne abbiamo poche, abbiamo caratteristiche diverse: io partivo palla al piede in dribbling da lontano, lui ama la profondità per trovare il gol”.

Hai raccontato in diverse interviste passate che il tuo unico rimpianto calcistico è di aver detto a Sacchi di non voler giocare a centrocampo a Usa ’94. Ti sei mai chiesto se con te in campo in finale sarebbe potuta finire diversamente?

“Con i se e con i ma non si va da nessuna parte. Sicuramente è l’unico rimpianto perché la finale di un mondiale capita una volta nella vita, oggi giocherei anche in porta al posto di Pagliuca. L’unica cosa che rimprovero a Sacchi è che aveva ancora una sostituzione e se mi avesse messo dentro per i calci di rigore ci sarebbe stata una speranza in più”.

Oggi qual è il tuo rapporto con Sacchi e con Roby Baggio tuo “rivale” ai tempi della Nazionale?

“Con Sacchi c’è reciproca stima, ogni tanto lo sento e non c’è nessun tipo di rivalsa. Lui da allenatore era pagato per fare delle scelte, giuste o sbagliate che fossero. Crescendo ho capito che in quell’occasione ho peccato un po’ di presunzione. Con Roby ho un ottimo rapporto, non l’ho mai visto come un rivale. Lui è un amico e lo sento spesso, ci vogliamo bene e lo ritengo uno dei più grandi calciatori italiani”.

Quella del ’94 è ancora oggi ricordata come una delle Nazionali più forti di tutti i tempi. Oggi la situazione purtroppo è ben diversa: a breve ci sarà il mondiale e gli Azzurri non parteciperanno per la seconda volta consecutiva. Cos’è successo al nostro calcio e come può tornare ai vertici?

“La Nazionale sta pagando le conseguenze di aver abbandonato i settori giovanili nell’ultimo decennio. Non abbiamo più calciatori di un certo peso e l’inesperienza ci è costata due mondiali. Però Mancini sta facendo un grande lavoro, ha ricostruito un gruppo che si era sfasciato. Dobbiamo essere ottimisti per il futuro e non scordiamoci che l’anno scorso abbiamo vinto l’Europeo che mancava da tanti anni”.

Dopo aver lasciato la Lazio hai vestito le maglie di Sampdoria e Bologna dove hai conosciuto Mazzone, che esperienze sono state?

“La prima esperienza alla Samp è stata traumatica sia fisicamente che psicologicamente perché avevo lasciato il cuore alla Lazio. Sono arrivato a Genova con l’atteggiamento sbagliato, ho fatto male e chiedo scusa ai tifosi per non essere riuscito a rendere al massimo. Dopo l’operazione all’ernia del disco a Bologna c’è stata la mia rinascita anche grazie a Mazzone che è stato fondamentale gestendomi in maniera incredibile. Nel mio primo anno sono riuscito a fare 23 gol in stagione. Con la squadra siamo riusciti a vincere l’Intertoto e arrivare in semifinale di Coppa Italia e Coppa Uefa che per Bologna è stato un risultato storico. Ringrazio chi mi è stato vicino in quell’esperienza”.

Qual è il compagno di squadra più forte con cui hai giocato? E l’avversario più forte?

“Ce ne sono tanti di grandi giocatori che ho affrontato come Maldini, Baresi, van Basten, Zidane, Ronaldo, Baggio, Zola, Careca e tanti altri. Mentre tra i più forti con cui ho giocato direi Baggio, Boksic, Riedle, Gascoigne e tantissimi altri. Tutti quelli con cui ho giocato mi hanno supportato e sopportato, ero un ottimo compagno di squadra ma senza di loro non avrei fatto tutti quei gol”.

Qualche anno fa il Barcellona ti ha contattato per dare qualche dritta a Neymar su come calciare i rigori da fermo, tuo marchio di fabbrica. Che cosa hai pensato in quel momento? Ne sei orgoglioso?

“Sicuramente è stato un orgoglio perché Neymar voleva capire come calciarli al meglio. Chiaramente ognuno ha la propria tecnica e si deve sentire determinate cose. Lui ci ha provato: i primi due rigori sono andati bene ma poi ne ha sbagliati altri due ed è tornato a calciarli come faceva prima. Mi spiace di non essere stato efficace ma sono orgoglioso di avergli dato qualche consiglio”.

 


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