Lazio, cinque serbi che hanno lasciato il segno: dallo scudetto ai derby
Da Mihajlović e Stanković a Milinković-Savić, Kolarov e Basta: cinque percorsi diversi tra trofei, giocate decisive e legami con la Lazio.

La storia della Lazio passa anche dai suoi giocatori balcanici. Alen Bokšić, Samir Handanovič e Senad Lulić sono alcuni dei nomi ricordati in biancoceleste. Tra i serbi, però, cinque percorsi raccontano in modo particolare il rapporto tra qualità, carattere e memoria dei tifosi: quelli di Siniša Mihajlović, Sergej Milinković-Savić, Dejan Stanković, Aleksandar Kolarov e Dušan Basta.
Ci sono due protagonisti dello scudetto del 2000, un centrocampista diventato il Sergente, un terzino ricordato per un gol nel derby e un giocatore la cui continuità ha avuto un peso importante nelle stagioni laziali. Le loro esperienze sono state diverse, così come il modo in cui hanno lasciato il segno.
Mihajlović e Stanković: i serbi dello scudetto del 2000
Siniša Mihajlović, secondo quanto riportato da Esquire, non ha mai nascosto il suo legame con la Lazio. Da allenatore del Bologna, dopo una sconfitta all’Olimpico, disse: «Tifo Lazio, se perdo con loro mi rode di meno». In biancoceleste giocò per sei anni, dopo avere già vestito la maglia della Roma.
Era arrivato nella Capitale nel 1992 dalla Stella Rossa di Belgrado, portato alla Roma da Vujadin Boškov. Nell’assetto del tecnico serbo trovò poco spazio, anche perché l’impiego da terzino non valorizzava le sue caratteristiche. Di quel periodo resta anche il racconto della segnalazione a Boškov di un giovane della Primavera: Francesco Totti. Mihajlović passò poi alla Sampdoria, dove Sven-Göran Eriksson lo arretrò al centro della difesa. Leadership, visione di gioco e senso della posizione trovarono così una collocazione ideale.
Nel 1998 Eriksson lo volle con sé alla Lazio. Mihajlović vinse lo scudetto del 2000, due Coppe Italia, due Supercoppe Italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Il suo bilancio in biancoceleste è di 33 gol in 193 presenze. Nel 1999 realizzò contro il Bayer Leverkusen, su punizione, la prima rete della Lazio in Champions League. Il calcio piazzato rimase il suo tratto più riconoscibile: detiene il primato italiano di tre gol su punizione in una sola partita, segnati contro la Sampdoria, e condivide con Andrea Pirlo quello delle 28 reti su punizione in carriera in Italia.
Per Mihajlović, nato a Vukovar e fuggito dalla guerra, Roma fu anche un luogo centrale nella vita privata: qui conobbe la moglie Arianna e crebbero i loro cinque figli. Cercò di tornare in città anche da allenatore. È scomparso nel dicembre 2022.
Nell’estate del 1998 arrivò dalla Stella Rossa anche Dejan Stanković, legato a Mihajlović da una profonda amicizia. Per il suo trasferimento furono versati al club di Belgrado 24 milioni di lire. Stanković ha raccontato al Corriere dello Sport quanto fosse importante per lui il rapporto con Siniša: «Gli chiedevo consigli su tutto, anche sulla vita privata. Per me era un papà, se oggi sono questo, un uomo risolto, lo devo a lui». I due vissero da lontano, ma insieme, anche gli orrori della guerra nella loro terra d’origine.
Stanković trovò una Lazio già ricca di campioni, da Mancini a Nesta, da Nedvěd a Verón e Simeone. Si ritagliò spazio con personalità e qualità tecniche, contribuendo allo scudetto del 2000. La sua crescita proseguì soprattutto con Alberto Zaccheroni, arrivato sulla panchina laziale nel 2002: più libero di muoversi nelle diverse zone del centrocampo, il serbo ampliò il proprio peso nella squadra. Una frase riferita dal tecnico alla Gazzetta dello Sport ne riassume la disponibilità: «Io sono qui, se ha bisogno di un portiere faccio anche quello».
In cinque stagioni e mezzo Stanković conquistò con la Lazio uno scudetto, una Coppa delle Coppe, una Supercoppa Europea, una Coppa Italia e due Supercoppe Italiane. Lasciò Roma con 208 presenze, 34 gol e 17 assist. Passò all’Inter negli ultimi minuti del mercato di gennaio 2004, mentre la proprietà Cragnotti attraversava una crisi e il club biancoceleste affrontava problemi economici. A Milano rimase nove anni. Alla Lazio, come ha raccontato lui stesso, il ragazzo arrivato a Roma era diventato un uomo.
Milinković-Savić e Kolarov: qualità, trofei e un derby da ricordare
Sergej Milinković-Savić ha dato alla Lazio una combinazione particolare di struttura fisica e tecnica. Alto un metro e novantuno e di oltre 80 chili, il Sergente non era soltanto un centrocampista di forza: sapeva giocare di suola, leggere le azioni, inventare gol e inserirsi al momento giusto.
Cominciò al Vojvodina, lo stesso club giovanile di Mihajlović, insieme al fratello Vanja, oggi al Napoli. Dopo un anno tra i professionisti si trasferì al Genk per 400.000 euro. Le prestazioni in Belgio e il Mondiale Under 20 vinto da protagonista nell’estate del 2015 precedettero il confronto di mercato tra Fiorentina e Lazio. I belgi avevano accettato l’offerta viola e i documenti erano pronti, ma a Firenze il giocatore si fermò prima della firma, chiedendo tempo per parlarne con la fidanzata. Fu l’occasione per l’intervento del direttore sportivo biancoceleste Igli Tare. Dieci giorni dopo, Milinković-Savić debuttò con la Lazio nel preliminare di Champions League contro il Bayer Leverkusen.
Negli otto anni successivi fu, insieme a Luis Alberto e Immobile, uno dei protagonisti della storia recente del club. Vinse due Supercoppe Italiane e una Coppa Italia, totalizzando 69 gol e 58 assist in 341 presenze. Lasciò infine la Serie A per trasferirsi in Arabia Saudita, permettendo alla Lazio di ricavare dalla sua cessione. Il suo addio evitò anche ai tifosi biancocelesti di vederlo con un’altra maglia nel campionato italiano.
Il rapporto dei tifosi con Aleksandar Kolarov è stato più complesso. Il terzino serbo si fece apprezzare alla Lazio per tecnica, tiro, posizione e carisma, ma in seguito vestì anche la maglia della Roma. La sua storia personale era stata segnata dalla guerra vissuta da ragazzo, accanto alla madre e al fratello Nikola.
Fu la Lazio a portarlo in Italia nel 2007, attraverso il lavoro di Walter Sabatini. Uno dei momenti più ricordati arrivò l’11 aprile 2009: nel derby contro la Roma, al 40’ della ripresa, Kolarov recuperò palla e concluse in rete una lunga avanzata personale, fissando il 4-2 biancoceleste. In quella stagione contribuì anche alla conquista della Coppa Italia, segnando in semifinale contro la Juventus e realizzando un rigore nella finale contro la Sampdoria. Pochi mesi più tardi vinse la Supercoppa Italiana contro l’Inter a Pechino, il suo secondo e ultimo trofeo laziale.
In tre anni alla Lazio raccolse 104 presenze e 11 gol. Passò poi al Manchester City per poco più di 23 milioni di euro: in sette anni in Inghilterra vinse due Premier League. In seguito disse che gli sarebbe piaciuto tornare alla Lazio e che Roma gli mancava, ma il suo ritorno nella Capitale avvenne sulla sponda giallorossa.
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