Claudio Villa /Allsport via onefootball
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Antonio Carlos Zago, ex giallorosso,  ha rilasciato delle dichiarazioni ai microfoni de La Gazzetta dello Sport e tra i vari argomenti ha parlato anche di Lazio.

Le dichiarazioni di Antonio Zago 

Lo scudetto della Lazio

Lo scudetto della Lazio dell’anno prima non lo avevamo digerito, volevamo subito far tornare il sorriso ai nostri tifosi. Quello ci ha dato una spinta in più.

La lite con Simeone

Lui provocava e se la stava prendendo con Marcos Assunçao. Io per natura correvo sempre a difendere i compagni, è nato un litigio e ho fatto una cosa che non mi appartiene. So che i tifosi ancora ricordano quello sputo come un ricordo bello, ma per me non è così. Se mi sono pentito? Assolutamente sì, è stato un brutto gesto. All’epoca dissi: lo rifarei, ma oggi non è così anche se l’istinto a volte ti porta a fare cose che non vorresti. Mi è successo altre volte, ma chi mi conosce sa che persona sono.

Se la Roma riuscirà ad arrivare prima

Ogni anno mi auguro sia la volta buona, è passato troppo tempo. Ma penso che sia giusto sognare quest’anno. Ora Gasperini deve restare in vetta fino a dicembre poi con 2-3 rinforzi l’obiettivo è alla portata anche perché non vedo una padrona del Campionato. È tutto molto livellato. La mia Roma? Quando è arrivato Batistuta si era capito che stava cambiando qualcosa. Forse Parma-Roma vinta in rimonta nel girone d’andata è stata un po’ la svolta, ma in realtà già prima dell’inizio del campionato sentivamo di poter fare qualcosa di grande. Erano arrivati anche Samuel ed Emerson, Totti era in crescita continua, c’erano campioni come Aldair, Cafu, Candela o Montella. E poi c’era stato quel brutto episodio…

Le accuse di razzismo in Brasile nel 2006

In quel momento ero fuori di me, non pensavo quello che dicevo. Ho chiesto scusa più volte, figurati se sono razzista. I miei migliori amici sono Aldair, Cafu e Cesar Sampaio.

Se si rivede in qualche calciatore

Sto vedendo una crescita di questo tipo in Mancini. Ha la cattiveria giusta e sa anche giocare molto bene il pallone. Spero possa crescere ancora, perché oltre a essere un bel difensore può diventare un grande capitano per la Roma.

Se qualche calciatore lo faceva arrabbiare

Li facevo arrabbiare di più io. Il più duro da da marcare era sicuramente Ronaldo il Fenomeno, ho ancora gli incubi di quel 4-5 all’Olimpico. Era imprendibile. Un altro che ci creava tante preoccupazioni era Shevchenko. Poi noi ne avevamo uno forte altrettanto. Ovviamente sto parlando di Totti. Se parlava nel sonno? Purtroppo è vero! Quando sono arrivato al primo anno mi hanno messo in stanza con lui e per me era un onore. Accettai subito ovviamente. Ma di notte russava e parlava forte. Una volta urlò: 'Passami la palla, passami la palla'. Io sono andato lì a calmarlo e piano piano ha ripreso il sonno regolare. Ma io non dormivo e volevo riposarmi, così chiesi di cambiare stanza. Dall’anno dopo Totti dormì da solo.

Se ha rimpanti

Alla Roma nessuno, davvero. Non vedevo l’ora di stare a Trigoria, eravamo un gruppo magnifico. Ci vedevamo anche a cena, ai compleanni, in vacanza. Col Brasile sicuramente quello di non aver vinto il Mondiale. Nel 1994 mi sono infortunato al volto, 4 fratture allo zigomo e mi sono giocato la possibilità. Nel 1998 Zagallo decise di non chiamarmi mentre nel 2002 avevo perso mio papà e ho attraversato un momento difficile. Perché non sono mai stato tanto in un posto? In realtà io volevo giocare a vita con la Roma, non c’è mai stato un posto nel mondo dove mi sono trovato bene come lì. Purtroppo nel 2002 decisero di non rinnovare il contratto, non ho mai capito il motivo. Poi ho imparato tante culture, quella giapponese è una fonte di insegnamento per l’organizzazione che hanno in tutto.

Zeman, Capello e Lucescu

Zeman era uno che sapeva guardare oltre. Non ho mai visto nessuno allenare la fase offensiva come faceva lui. Capello era un duro, ma anche uno che sapeva come gestire un gruppo con forti individualità. Lucescu è un maestro. Ho lavorato con lui per due anni allo Shakhtar. I giovani che arrivavano soprattutto dal Brasile all’inizio lo temevano, ma lui oltre a insegnare il calcio li educava a vivere. Tutti, e dico tutti, i giocatori che ha allenato ancora oggi gli mandano sempre un messaggio, lo chiamano se hanno problemi.

 

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