Flaminia
Flaminia - Fraioli

Cari tifosi della Lazio,

mi rivolgo a voi perché siete parte di me. Siete parte del mio cuore biancoceleste, che da oltre sessant'anni batte soltanto per la nostra amata Lazio.

Non avrei mai immaginato, dopo una vita vissuta con questi colori impressi nell'anima, di dover scrivere una lettera come questa. È una delle pagine più dolorose della mia vita, una vita caratterizzata emotivamente da un'indissolubile lazialità. Scrivo con il cuore affranto, con un dolore che non avrei mai pensato di provare, per raccontare un momento che considero incomprensibile, surreale e profondamente triste.

L'amore per il popolo biancoceleste è parte della mia stessa esistenza, perché io mi sono sempre considerato uno di voi. Sto con la Curva Nord, con chi vive i Distinti, con chi riempie la Tevere, con chi attraversa l'Italia e l'Europa per seguire la Lazio, affrontando sacrifici, chilometri, rinunce e notti insonni. Sto con chi, come me, porta la Lazio nel cuore come fosse un secondo cognome.

Perché essere laziali non è una scelta. È un destino. È un'eredità che si riceve con amore e si custodisce per tutta la vita. È una promessa silenziosa fatta al proprio cuore.

E c'è un diritto che nessuno dovrebbe mai togliere a un tifoso: il diritto di sognare.

Oggi, invece, quella speranza sembra essersi affievolita.

Non ci sono stati tolti soltanto i risultati. Ci sono stati tolti i sogni. L'entusiasmo. L'ambizione. La speranza. Ed è questa la ferita più profonda. Perché una tifoseria sa accettare una sconfitta, sa rialzarsi dopo una stagione difficile, sa perdonare gli errori. Ma non può vivere senza una prospettiva, senza un orizzonte verso cui guardare con entusiasmo.

Ciò che fa più male è la sensazione che non esista più un progetto capace di emozionarci, di farci battere il cuore, di restituirci l'orgoglio e la voglia di attendere il domani.

La storia della Lazio non ci ha mai insegnato ad accontentarci. Ci ha insegnato a lottare, a soffrire, a credere nell'impossibile, a rincorrere sogni che sembravano irraggiungibili.

Per questo il dolore di oggi è così grande. Voglio esprimere tutta la mia vicinanza e il mio affetto al popolo biancoceleste. Siamo una tifoseria ferita, delusa, stanca, ma mai rassegnata. La straordinaria manifestazione del 2 luglio mi ha profondamente commosso. Vedere migliaia di laziali uniti esclusivamente dall'amore per questi colori mi ha riempito d'orgoglio. Ho visto persone che non chiedevano privilegi, ma soltanto di poter continuare a credere nella propria squadra.

Avevo appena dieci anni quando, nel 1965, entrai per la prima volta allo Stadio Olimpico insieme a mio padre.

Ricordo ancora quel giorno come fosse ieri. Da quel momento la Lazio è diventata parte della mia anima. Mi ha accompagnato in ogni stagione della vita, nei giorni di felicità e in quelli più difficili.

Oggi, dopo più di sessant'anni di amore incondizionato, non chiedo l'impossibile.

Chiedo soltanto di poter tornare a sognare. Perché senza sogni il tifo perde la sua essenza. E senza il tifo la Lazio perde una parte della propria anima. Una tifoseria che decide di allontanarsi dallo stadio, non per disamore ma proprio per l'immensità del suo amore, rappresenta il segnale più drammatico che possa esistere.

È un grido silenzioso che dovrebbe far riflettere profondamente chiunque abbia davvero a cuore il destino della Lazio.

La Lazio non è soltanto una società di calcio. Non è un'azienda. Non è un bilancio. La Lazio è memoria. È appartenenza. È famiglia. È identità. È un patrimonio di emozioni che attraversa le generazioni e che nessun numero potrà mai raccontare. È il sogno infinito di milioni di persone.

E nessuno dovrebbe mai spegnere quel sogno. Non voglio impartire lezioni a nessuno. Ma a chi ha avuto il coraggio di mettere in dubbio il mio amore per la Lazio sento il dovere di rispondere con la mia vita. Ho dedicato ogni parte di me a questi colori. Ho perfino sacrificato parte della mia carriera artistica pur di raccontare, attraverso la musica, ciò che provavo per la mia squadra. Ed è proprio in nome di quell'amore che oggi sento il dovere di alzare la voce. Non per dividere. Non per alimentare l'odio. Ma perché vorrei, prima che sia troppo tardi, rivedere negli occhi dei tifosi della Lazio quella luce che da troppo tempo si è affievolita. E finché esisterà questo amore, nessuno potrà cancellare la nostra Lazio.

Vi abbraccio forte con infinito amore per questi colori.

Toni Malco sulle pagine de Il Tempo

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