Photo by Vincenzo Lombardo/Getty Images via Onefootball
Photo by Vincenzo Lombardo/Getty Images via Onefootball

“Lotito, ora basta!”, è il commento del direttore del Corriere dello Sport Ivan Zazzaroni, nell'edizione odierna del quotidiano. Il direttore si è soffermato sulla lettera di Claudio Lotito, definita “imbarazzante” per Zazzaroni, e sul tentativo fallito di ricucire un rapporto, ormai compromesso, con la tifoseria laziale.

L'editoriale di Zazzaroni

Ho provato a entrare nella testa, o forse era il cuore, del laziale col quale - sia chiaro - mi scuso in anticipo se il tentativo non dovesse essere riuscito. Mi sono immaginato tifoso della squadra presieduta da oltre vent’anni da Claudio Lotito subito dopo la lettura della lettera che ha fatto pubblicare dal Messaggero. Un goffo tentativo di riavvicinamento, fallito sul nascere. La testa, il cuore, dicevo: ha inevitabilmente prevalso il fegato (spappolato). Mi sono venuti i conati di vomito, mi sono sentito una volta di più schiacciato dentro un incubo sotto vuoto. Ho trovato la lettera, probabilmente scritta con l’AI, un autentico delirio, perché afferma la miseria nella quale è caduta la Lazio, un tunnel dove la luce non esiste più. Lui non vende e basta. Il senso di spiazzamento e angoscia che provo e vorrei trasmettere al pianeta Terra è questo: tutte le squadre del mondo hanno potuto e possono sempre coltivare la speranza di una via d’uscita, mentre a noi è negata. In passato, persino nei momenti più bui abbiamo potuto pensare che sarebbe cambiato il presidente, che sarebbe arrivato qualcuno in grado di farci sognare. Ma da tempo non è più così: siamo blindati, «è mia» e tutto sotto chiave. Fuori dalla cassa, ovviamente vuota, c’è solo la disillusione che alimenta la protesta.

Prosegue

Io io io. La sua è una “malattia” ormai. Ha smesso di pensare, di interessarsi realmente alle cose: nessuno che si appassioni o creda in qualcosa che non sia la sua piccola, dannata, comoda mediocrità, si comporta così.

Adesso esco da un corpo non mio per occuparmi di un altro delirio: le balle spaziali che hanno molto a che vedere con l’assenza dei sogni. Poiché ne moltiplicano a dismisura. Di falsi e impossibili.

Da Pignataro alle fake news

«Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche, si diceva che l’Italia stesse vincendo per venti a zero e che avesse segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo». Per ogni corazzata Potëmkin che si rispetti servono un ammutinamento e una rivoluzione da compiere. A Roma, da dove nelle ultime ore piovevano senza requie schegge e frammenti di un indomabile delirio collettivo alimentato dalla notizia che Claudio Lotito avesse ceduto la società al favolistico duo Pignataro-Al Thani, il primo è in corso da una ventina d’anni e la seconda produce desideri che si scontrano con il principio di realtà.

Ieri erano Bertarelli e le cordate di San Marino, oggi due degli uomini più ricchi del mondo, ma la sostanza resta la stessa e lascia sul terreno la sensazione, acre, dell’ennesimo trionfo dell’assurdo sul concreto.

Le aspirazioni dei tifosi della Lazio, impantanate all’esatto crocevia in cui convergono sogni, ambizioni, rabbia, illusioni e disperazione, sono rimaste lì, proprio come il loro detestato presidente, senza muoversi di un solo centimetro. E la sensazione è che tra un whatsapp anonimo spacciato per dogma inconfutabile e una voce «certissima» a cui credere ciecamente perché la volontà di cambiamento può fare a meno di qualsiasi verifica, la spirale si alimenti a vicenda restituendo, come unico risultato, un corto circuito persino scontato.

Marc Bloch, ne “La guerra e le false notizie”, illustra il meccanismo della disinformazione che trova linfa nella speranza con parole chiarissime: «L’errore non si propaga, non si amplia, non vive, infine, che a una condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In essa, inconsciamente, gli uomini esprimono i loro pregiudizi, i loro odi, i loro timori». Così accade in tempi in cui le bombe cadono dal cielo e così avviene quando le bombe, metaforiche, sono gli scoop.

La disinformazione nuota nel sogno e il sogno taglia ogni ponte con la verità che è ostacolo, impedimento e fatica. Così a Roma, dove nelle ultime ore, le competenze di neo esperti di borsa, mitomani di passaggio ed esegeti delle scelte della coalizione in cui Lotito ha trovato ospitalità alle scorse elezioni abbondavano, a scarseggiare, improvvisamente, è stata la ragione. Tutti a credere all’implausibile, tutti a suffragare la bizzarria di un binomio sinergico tra un riservato imprenditore di Bologna del tutto disinteressato al pallone e un miliardario mediorientale già annunciato sugli spalti durante la finale di una Coppa Italia a cui non ha mai assistito, tutti pronti a giurare che era fatta, che Lotito era caduto, che la Lazio era libera. E tutto inventato.

Come questo possa succedere, trovare una platea fideisticamente prona alla fantasia e ripetersi ciclicamente è un mistero. Un mistero che investe tante altre piazze, da Torino a Milano, a Napoli. È vero che il calcio è un circo. E lo è altrettanto vero che negli ultimi anni abbiamo visto passare tra ali di folla pseudosceicchi con mille euro sul conto corrente ospitati all’Olimpico e lisciati dai media come eredi destinati di James Pallotta o - solo per rimanere al pallone da prima pagina, perché in Lega Pro il desolante teatrino trova in moltissime piazze, generosi palcoscenici su cui far esibire l’eterogenea compagnia di giro - personaggi come Manenti a Parma o Tim Barton a Bari, ma è altrettanto vero che il copione dovrebbe insegnare al pubblico la prevedibilità delle parti in commedia e invece, alla fine, ci si stupisce sempre.

Come ovviare alle allucinazioni collettive? Come tenere separate bufale e notizie? Non è semplice: un po’ perché per le balle non paga mai nessuno e l’indignazione è un sentimento anacronistico, un po’ perché l’attenzione generale cala al terzo minuto e dal quarto tutto è perdonato, sepolto e dimenticato e un po’ perché la stanchezza di un matrimonio in disfacimento fa inseguire con tanta smania il fine, da far soprassedere sul mezzo. Whatever it takes: a qualsiasi costo, ma governava un Paese e non perdeva tempo sui social. Whatever it takes. Serve a qualcosa? Ne vale davvero la pena? Aiuta a raggiungere l’obiettivo? Io ne dubito, ma ho i capelli bianchi e dubitare è un verbo ottocentesco.

Lazio, Lotito pensa ai ritorni: Peruzzi e De Martino tra le ipotesi
Non solo il Sassuolo, anche il Monza sulle tracce di Lazzari