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Di seguito la lettera di Roberto Arduini pubblicata questa mattina sulle colonne de Il Tempo.

La lettera di Roberto Arduini

Caro Direttore, ci sono frasi che restano addosso. Le ascolto durante una conversazione qualsiasi e continuano a tornarti in mente per giorni. A me è successo qualche giorno fa parlando con mio padre. Ha 76 anni. È stato lui a farmi innamorare di una squadra che ha il cielo per bandiera, E a donarmi il rito dello stadio ogni domenica, anche se per scelta manchiamo da un anno, e resteremo fuori anche nella prossima stagione, perché ne io ne lui vediamo altri modi di manifestare un dissenso, se non con una dolorosa assenza che grida presente. La vita gli ha portato via una moglie e una figlia. È una persona che conosce la sofferenza reale.  Eppure quando il discorso è andato sulla Lazio ha abbassato lo sguardo e mi ha detto: «Non so se farò in tempo a rivederla di nuovo grande».
Vorrebbe rivedere almeno un'altra volta una Lazio forte, ambiziosa, capace di emozionarlo sul serio. Una squadra che guardi avanti e che abbia il coraggio di alzare l'asticella. Più ci penso e più mi sembra che dentro quelle parole ci sia il desiderio di tanti tifosi. lo non rappresento nessuno. Sono semplicemente un laziale. Una delle tante persone che hanno legato una parte della propria vita a questi colori. Uno che ha imparato ad amare la Lazio da bambino e che continua a portarsela dentro anche oggi. Per questo faccio fatica a comprendere dove siamo finiti. Possibile che una società che rappresenta il sesto bacino d'utenza del calcio italiano non abbia nemmeno un giocatore convocato al Mondiale? Possibile che una squadra come la Lazio non riesca più ad avere un calciatore capace di accendere la fantasia? Perché il calcio non è fatto soltanto di bilanci, parametri e indici di sostenibilità. Il calcio vive di emozioni. Vive di simboli. Vive di campioni. Vive di quei giocatori che fanno innamorare.
Di quelli che spingono un bambino a uscire di casa con un pallone e immaginare di essere loro. Oggi mi domando quale sia il giocatore della Lazio che un ragazzino sogna di impersonare al parco sotto casa. Perché l'amor per una squadra nasce spesso da li. Da qualcuno che ti faccia sognare. lo non ho soluzioni da proporre e non so quale sia la strada giusta per uscire da questa situazione. So soltanto che, da tifoso, vorrei tornare a emozionarmi pensando a un grande giocatore con la nostra maglia. Vorrei comprare il giornale al mattino per leggere i dettagli di una trattativa importante. Vorrei avere la sensazione che la Lazio stia provando a diventare più forte, non semplicemente a restare dov'è.

Prosegue

Servono soldi e investimenti, non bastano le idee. Serve soprattutto ambizione. Non ho mai amato questa prudenza perché non è mai riuscita a scaldarmi il cuore. Ma non sarei onesto se dicessi che ventidue anni sono tutti da buttare. Mi ricordo Zarate. Mi ricordo Klose. Mi ricordo Felipe Anderson. Mi ricordo Immobile. Mi ricordo giocatori che hanno acceso l'entusiasmo dei tifosi. Da tre anni a questa parte, mentre altre società più piccole sono finite in mano a gruppi con disponibilità economiche enormi, ho la sensazione, e le classifiche sono li a dimostrarlo, che la Lazio abbia ingranato la retromarcia. Come se l'ambizione fosse diventata un fastidio anziché un obiettivo. Ed è questa la cosa che mi preoccupa davvero. Perché le sconfitte si accettano. Le stagioni sbagliate anche. Quello che un tifoso semplice ma appassionato come me non accetta e la rinuncia ai sogni. La Lazio è il più antico club di Roma. Ha una storia immensa, migliaia di innamorati e una tradizione che merita un continuo rilancio. Merita una squadra all'altezza della sua gente. Merita giocatori capaci di far sognare. Necessita di ambizione. Ancor prima di pensare a uno stadio di proprietà, sia pure il Flaminio, mi sta a cuore immaginare la squadra che dovrebbe usarlo per invogliare i tifosi a gustarsi lo spettacolo. Una squadra che deve essere forte. Perché la Lazio non è e non sarà mai una provinciale.

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