Lettera Martini: "La Lazio è malata e il virus avanza nonostante la reazione degli anticorpi"
Ecco la lettera di Gigi Martini per l'editoriale il Tempo, nello spazio riservato ai biancocelesti illustri
A scrivere la lettera per l'editoriale il Tempo, nello spazio riservato ai biancocelesti illustri è stato il turno di Gigi Martini.
La lettera di Gigi Martini
Caro Direttore, lasci che usi una metafora per raccontare quello che provo in questo momento. La Lazio è malata, e lo è da troppo tempo ormai. Il virus è entrato dentro e sta conquistando posizioni sempre più forti, nonostante la reazione degli anticorpi. E quegli anticorpi, in questa immagine, sono la risposta di chi quella maglia la indossa, la difende, la ama. Chi gioca, chi tifa, chi da sempre porta nel cuore i nostri colori sta cercando di reagire. Ma da solo non basta, perché il male è profondo e rischia di radicarsi. Per questo ci vuole una cura forte e immediata, prima che la malattia diventi cronica. Prima, cioè, che si stabilizzi in quella mediocrità che sarebbe la condanna peggiore per un club come il nostro. Non parlo di una sconfitta, non parlo di una stagione storta: quelle fanno parte del gioco, le abbiamo vissute tutti e le abbiamo superate. Parlo del rischio di accomodarsi, di accontentarsi, di smettere di ambire. Ed è questo il pericolo che oggi avverto come laziale e come uomo che a questa squadra ha dato una parte importante della propria vita. La medicina, allora, è chiara. Servono i migliori uomini, sia in campo che in società. Servono competenze, visione, qualità. Ma soprattutto serve il coraggio. Sì, il coraggio, perché è quella la qualità che fa la differenza tra chi gestisce e chi guida davvero. È quel coraggio che ebbe Umberto Lenzini, per me il miglior presidente in assoluto della storia della Lazio. Mi torna in mente un episodio che dice tutto di lui. Dopo il primo anno in Serie A della sua Lazio, rifiutò la vendita di Giorgio Chinaglia alla Juventus per la cifra di un miliardo e mezzo di lire. Disse un no secco ad Agnelli, che lo aveva chiamato personalmente. E allo stesso modo rispedì al mittente un'offerta del Milan da due miliardi per Re Cecconi e per me.
Ricordo bene quel periodo. Nereo Rocco, allora allenatore del Milan, voleva riproporre in rossonero lo scambio in marcatura che facevamo io e Luciano, quel meccanismo che ci aveva resi una coppia affiatata e riconoscibile. Erano cifre enormi per l'epoca, soldi che avrebbero fatto gola a chiunque. Ma Lenzini non si lasciò mai sedurre dal denaro quando si trattava di difendere il cuore della sua squadra. Aveva una frase che ripeteva spesso e che dovrebbe essere scolpita da qualche parte a Formello: «Questi soldi sono dei laziali, io ne sono soltanto il custode». Ecco, in quelle parole c'è tutto. C'è il senso di una proprietà vissuta come servizio e non come possesso, come responsabilità verso un popolo e non come affare personale.
È vero, Lenzini finì male, la sua storia conobbe un epilogo amaro. Ma il modo in cui interpretò il suo ruolo resta un esempio insuperato. E lo stesso coraggio, in tempi più recenti, lo ebbe Sergio Cragnotti. Lui le cifre le spese, eccome, investì somme esorbitanti. Ma quell'audacia portò l'Aquila più in alto di tutti, fino a vette che ancora oggi ci fanno sognare. Due uomini diversi, due epoche diverse, ma un unico filo conduttore: il coraggio e l'amore per la Lazio. Ed è proprio questo che chiedo oggi, da semplice innamorato di questi colori. Non pretendo miracoli, non chiedo l'impossibile. Chiedo soltanto che chi tiene in mano le sorti della Lazio ritrovi quella stessa audacia, quella stessa dedizione, quella stessa capacità di mettere la squadra e la sua gente davanti a tutto. Perché quando ci sono il coraggio e l'amore di Lazio, allora tutto è possibile. Davvero tutto. Lo abbiamo visto in passato, e non c'è ragione per cui non possa accadere di nuovo. Basta volerlo. Basta avere il coraggio di crederci.





