(Photo by Marco Rosi - SS Lazio/Getty Images via Onefootball
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L'intervento di Mauro Mazza sulle colonne de Il Tempo. Anche il noto giornalista si è aggiunto alle voci del mondo Lazio, esponendosi con una lunga lettera al quotidiano sul momento attuale in casa biancoceleste.

La lettera di Mauro Mazza

Caro Direttore, rispondo volentieri all’invito della Redazione che mi chiede cosa penso della situazione-Lazio, anche in riferimento all’articolo scritto da Luigi Bisignani e al dibattito che «Il Tempo» ha deciso di avviare dando voce di quanti amano la Lazio e soffrono molto per la situazione che si è creata e che, ormai, sembra senza una via d’uscita diversa dal cambio al vertice societario. La squadra del cuore è patrimonio di quanti la seguono con una passione che si tramanda di padre in figlio. Alla Lazio si vuole bene come a una persona cara, è la compagna di viaggio di una vita, con lei si condividono gioie e amarezze. Personalmente, penso di avere le carte in regola per dire la mia, seguo la Lazio dalla seconda metà degli anni Sessanta. Da bambino i miei beniamini si chiamavano Arrigo Dolso e Giampiero Ghio, prima ancora di diventare uno della generazione-Chinaglia, con tutto quel che di bellissimo – ma poi anche di brutto; e ancora e di nuovo, più avanti, di meraviglioso – ci è toccato in sorte di vivere. Da tempo anch’io sono molto critico con il presidente Lotito. Il mio non è partito preso, anzi. È una scelta maturata a una quindicina d’anni, dopo svariati tentativi di comprendere talune asprezze e vani tentativi di consigliarlo per il meglio. Fu lui a cercarmi pochi giorni dopo aver firmato le carte nello studio notarile Gilardoni. Cercò me e pochi altri giornalisti notoriamente tifosi. Si mostrò molto gentile, mi invitò a Genova- prima di campionato – a bordo di un piccolo aereo che aveva noleggiato. La Lazio vinse contro la Samp (Di Canio su rigore) e il battesimo lasciava prevedere cose buone. Invece, fu un anno di sofferenza, la salvezza venne conquistata con fatica. Mai tifosi compresero e sostennero, non solo dagli spalti: la presenza (anche fisica) dei tifosi fu decisiva per ottenere la dilazione dei debiti pregressi. Stargli vicino era impegnativo ma, speravo fosse utile alla Lazio un clima positivo, di collaborazione tra società, tifoseria e media. Ma presto mi fu chiaro che Lotito non viveva l’avventura con l’orgoglio di chi ha l’onere e l’onore di guidare un club glorioso. Piuttosto, il suo atteggiamento era quello di chi non cerca condivisione e consenso, ma riconoscenza e obbedienza, senza disdegnare la venerazione… Era nel calcio da pochi mesi e già non tollerava critiche e consigli. Anzi, si abbandonava a noiosi monologhi non richiesti sulla sua intelligenza e furbizia che stavano cambiando la Lazio e l’intero mondo del calcio. E non capiva che gli attestati di intelligenza e di furbizia non sono autocertificati, ma riconoscimenti attribuiti dagli altri. In aggiunta, Lotito parlava come se la Lazio fosse nata con lui, non sopportava confronti col passato, nemmeno con quello più glorioso a cavallo del Duemila (i migliori anni della nostra vita). Ci sono stati momenti sportivamente felici (la Supercoppa di Pechino, le Coppe Italia, il secondo posto, due qualificazioni in Champions) ma puntualmente la sindrome da Marchese del Grillo («Io so io…») lo ha sempre spinto a rovinare rapporti personali con eccellenti allenatori e con importanti calciatori. Ogni volta la stessa incapacità di condividere con altri i successi conquistati e le scelte da compiere. 

Prosegue la lettera

Quando lo scorso anno, con il blocco del mercato, è caduto l’ultimo velo («risultati altalenanti, ma bilancia posto») lo strappo è stato definitivo, irreparabile. La contestazione si è fatta totale, lasciare le curve vuote è stata una scelta sofferta ma inevitabile. Sottovalutare questa scelta, irridere alla lancinante costrizione di disertare l’Olimpico, ostinarsi a recitare il ruolo del monarca assoluto, di chi non necessita di nulla e di nessuno, è la postura peggiore in assoluto. Anche perché, nonostante la «recita», soffre anche lui. Lo si vede quando attraversa momenti di difficoltà e di malessere che suscitano in chi gli è attorno una reazione di palese imbarazzo. Qualcosa deve accadere; e accadrà. Forse l’annuncio di un passo indietro, la scelta di pensare finalmente a sé stesso e al benessere dei suoi cari. Di certo, se qualcuno dichiarasse un interesse concreto nei confronti della Lazio a nome di un gruppo o cordata o fondo, avrebbe la certezza del sostegno incondizionato dell’intera tifoseria; un sostegno appassionato e riconoscente, almeno pari a quello che, nell’estate del 2004, accolse Claudio Lotito. Un milione di anni fa, prima che lui gettasse alle ortiche quel patrimonio immenso di passione e d’amore.

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