Fiore e Gattuso, le battute in calabrese che gli altri non capivano
I due compagni usavano il dialetto per scherzare in Nazionale; l’ex laziale racconta anche che cosa apprezza del tecnico.

Da Parma e Valencia alla finale di Euro 2000
Nel percorso di Fiore c’è anche Nevio Scala, che lo lanciò a Parma. L’ex centrocampista lo definisce «Un secondo papà». Arrivò molto giovane in una squadra che ricorda come meravigliosamente forte; Scala lo fece esordire in Serie A e, quando aveva 19 anni, lo schierò nella finale di Coppa UEFA contro la Juventus.
Di Alberto Malesani, allenatore del Parma del ’99, Fiore ricorda soprattutto il lavoro sul campo. Lo considera un innovatore, avanti rispetto ai suoi tempi e capace di insegnare molto ai giocatori. Ritiene che avrebbe potuto avere una carriera ancora più lunga e ricca di successi: pur riconoscendogli preparazione e risultati, pensa che alcuni limiti personali lo abbiano penalizzato.
In quello spogliatoio c’era anche Faustino Asprilla. Per Fiore era un giocatore che tutti avrebbero voluto, soprattutto quando era concentrato e aveva voglia di giocare. Gestirlo non era semplice per la vita fuori dal campo, ma la sua qualità rendeva il problema relativo. L’ex centrocampista giudica comunque fantastica la carriera di Tino, pur pensando che avrebbe potuto ottenere ancora di più.
Asprilla portava allegria nello spogliatoio e faceva continuamente scherzi. Fiore ricorda che prendeva in giro i compagni, metteva musica colombiana e improvvisava balletti prima e dopo gli allenamenti. Nel racconto compare anche un richiamo al Leicester di Claudio Ranieri; con l’allenatore, però, l’esperienza condivisa da Fiore fu quella al Valencia.
Ranieri lo volle in Spagna e, secondo Fiore, l’intesa iniziale prevedeva che giocasse più indietro, da trequartista: era il ruolo che considerava naturale. Il mercato prese invece una direzione diversa e si ritrovò nuovamente sulla fascia. Il cambio di Paese e di squadra non fu facile e nacquero incomprensioni tattiche. Fiore sostiene che non avrebbe scelto Valencia per fare l’esterno, posizione nella quale riteneva ci fossero interpreti migliori di lui; indica nel rapporto umano ciò che non funzionò con Ranieri.
Il racconto si sposta poi alla finale di Euro 2000 contro la Francia. Dopo il gol di Wiltord al 94′ e il golden gol di Trezeguet, la delusione nello spogliatoio azzurro fu profonda. Fiore la descrive come un dramma sportivo: l’Italia era arrivata a circa 20 secondi dal successo. Prima dell’ultimo rinvio di Barthez, ricorda i compagni già abbracciati sulla linea, pronti a entrare in campo per festeggiare.
Il ricordo, oggi, è agrodolce. Fiore prova rammarico per un Europeo che l’Italia avrebbe potuto vincere e osserva che sono soprattutto le vittorie a restare nella memoria dei tifosi, come quelle delle Nazionali del 1982 e del 2006. Allo stesso tempo conserva la soddisfazione di aver giocato da titolare in una squadra azzurra nella quale, per il livello dei compagni, conquistare spazio non era semplice.
Di Zoff ricorda il silenzio dopo la sconfitta: parlò pochissimo, forse per nulla, ed era abbattuto come i giocatori. Fiore chiude con un ritratto di Francesco Totti, affrontato nei derby e avuto accanto in Nazionale. Ne apprezzava la capacità di vivere le partite con apparente serenità e consapevolezza: lo vide raramente teso, anche se pensa che potesse nascondere le emozioni dietro un atteggiamento leggero. Per lui era un piacere giocare sia contro Totti sia insieme a lui.





