La lettera di Andreotti: "La depressione è palpabile. C'è un’intera comunità che soffre. A Lotito direi..."
La lettera di Stefano Andreotti pubblicato questa mattina sulle colonne de Il Tempo

Dopo Luigi Bisignani, anche Stefano Andreotti è intervenuto sul momento complesso della Lazio e sulla gestione Lotito attraverso una lunga lettera pubblicata sulle colonne de Il Tempo, dal titolo "A far male è la mancanza di una visione del futuro”.
La lettera di Stefano Andreotti
Caro Direttore. Conosco Luigi Bisignani da tantissimi anni, e qualche tempo fa, in occasione della presentazione di un libro, mi aveva confidato il suo stato d'animo. Mi raccontava di una famiglia interamente laziale, di figli e nipoti allarmatı per la situazione del club, e mi aveva preannunciato l’intenzione di scrivere qualcosa di personale. Quando poi quella lettera è uscita sul Tempo, l’ho letta con grande attenzione. E mi sento di sottoscriverla al cento per cento. Quello che ha scritto Luigi è esattamente quello che penso io, ed è quello che pensano tantissimi tifosi della Lazio. Mi dispiace, semmai, che la discussione si sia concentrata quasi esclusivamente su un dettaglio, ovvero la possibile cessione del club. Si è parlato fin troppo della presunta offerta, di chi avrebbe proposto cosa, ma il cuore di quella lettera è ben altro. È il messaggio di fondo, e quello andrebbe ascoltato. Ciò che mi fa più male, oggi, è la mancanza di una visione del futuro. Non chiediamo di diventare il Paris Saint-Germain o il Manchester City, sarebbe assurdo. Vorremmo soltanto che la Lazio mantenesse una posizione dignitosa nel calcio italiano, magari riaffacciandosi con regolarità in Europa, da cui ormai sembriamo tagliati fuori. Invece, così come stanno andando le cose, ci stiamo avviando a un ridimensionamento assoluto. E in tutto questo pesa anche un altro elemento, forse il più amaro: l’astio enorme che si è creato tra le parti, e la difficoltà della proprietà a rendersi davvero conto del malessere diffuso. Forse a Formello non hanno percepito fino in fondo quanto questo sentimento sia ormai radicato. Prima si poteva parlare di una minoranza, magari rumorosa.
Oggi no. Oggi è diverso. Tra i miei amici, tra le persone che frequento, l’allarme è generale, la depressione è palpabile. Non si tratta più di voci sparse, ma di un’intera comunità che soffre. E poi i toni. Anche quelli mi colpiscono. Sono toni che non si addicono a una conduzione serena, equilibrata. Si butta benzina sul fuoco anziché cercare un punto d’incontro. lo spero ancora che una via d’uscita possa essere trovata, anche se devo essere one-sto: la situazione mi sembra talmente degenerata che faccio fatica a vedere uno spiraglio. Eppure è proprio in momenti come questo che servirebbe il gesto opposto, quello dell’ascolto. Forse vale la pena raccontare anche da dove arrivo. Ho 73 anni, sono abbonato alla Lazio da quando ne avevo 11 o 12 quindi da più di sessant’anni. Le prime partite che ricordo risalgono agli anni Cinquanta, intorno al ’57-’58. Da allora le partite in casa non le ho praticamente mai saltate: una ogni dieci anni, ricordo uno che non ho potuto vedere, fu un pareggio firmato da Ruben Sosa, e da lì può capire da quanto vivo questa squadra. Eppure, proprio in occasione dell’ultimo derby, ho aderito alla protesta. È una cosa che, per il mio modo di ragionare, considero gravissima.
Prosegue
Non sono andato allo stadio, né io né mio figlio, e nemmeno il mio piccolo nipote di cinque anni, al quale quest’anno avevo regalato l’abbonamento da Aquilotto. Se uno come me, abbonato da una vita, sceglie al rinunciare al derby, vuol dire che e arrivato davvero a un limite. In futuro, se non ci sarà un’inversione di rotta accompagnata dall’arrivo di nuove forze, continueremo con grandissimo dispiacere a non andare più allo stadio. E allora, se avessi davanti il presidente Lotito, gli direi le stesse cose che gli ha già detto Luigi Bisignani nella sua lettera. Gli direi di rendersi conto, finalmente, che la frattura ha raggiunto dimensioni difficilmente sanabili. Non parlo necessariamente di una cessione del club, parlo di un cambio di rotta vero: mettere basi nuove, aprire una stagione diversa per tutti, soprattutto utilizzando toni profondamente differenti da quelli sentiti in questi mesi. Continuare a fare la guerra a tutti porterà solo macerie. Sono scettico, lo ammetto, sul fatto che si possa uscirne in tempi brevi. Ma credo che il calcio sia cambiato in modo radicale. Oggi i grandi club appartengono quasi tutti a fondi o a grandi società. Le conduzioni familiari, in Italia, sono ormai un’eccezione. E giusto o sbagliato, non lo so, ma è la realtà. Il calcio di oggi richiede capitali importanti, che una sola persona difficilmente può sostenere. Oltre a questo, conta la forma. La forma conta molto. E in queste settimane, troppo spesso, è stata dimenticata.





