Photo by Lars Baron/Bongarts/Getty Images)
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Stefano Fiore racconta il suo rapporto con Gennaro Gattuso, dagli scherzi in dialetto calabrese quando erano insieme in Nazionale al lavoro del tecnico sulla panchina della Lazio. Secondo quanto riportato da FanSpage, Per l’ex centrocampista, descrivere Rino soltanto attraverso la grinta e le urla significa trascurare sia la persona sia l’allenatore. Nella conversazione con Fanpage.it, Fiore ripercorre anche gli anni biancocelesti, le esperienze a Parma e Valencia e la finale persa dall’Italia a Euro 2000.

Fiore e Gattuso: la Lazio e il dialetto calabrese

Fiore individua nell’eliminazione dalla Coppa Italia un passaggio importante per la Lazio. «Sì, è scattata una scintilla. È stato proprio una sorta di schiaffo», dice. Ricorda che intorno alla squadra c’era scetticismo e che i tifosi si erano allontanati per protesta: un’assenza che, a suo giudizio, pesa molto sui biancocelesti. Le condizioni per un avvio difficile, dunque, c’erano.

La risposta della squadra, secondo Fiore, è stata quella di compattarsi. Attribuisce a Gattuso la capacità di aver trovato le parole giuste e osserva che la conclusione del mercato gli ha messo a disposizione giocatori adatti al suo gioco. Sono fattori che, nella sua lettura, hanno contribuito a un percorso sorprendente.

Fiore ha conosciuto Gattuso da avversario fin da ragazzo e ha condiviso con lui un periodo in Nazionale. Per questo respinge l’immagine di un allenatore capace soltanto di usare il bastone: l’atteggiamento in panchina, la postura e il modo di muoversi richiamano il calciatore che era, ma non esauriscono ciò che c’è dietro. «La cosa più bella di Rino è che è un uomo vero», afferma.

L’ex laziale ritiene che Gattuso abbia affrontato, da tecnico, panchine difficili e situazioni più grandi di lui. A suo parere, alcune scelte non dipendenti dall’allenatore gli hanno impedito di esprimersi pienamente. L’esperienza da giocatore resta riconoscibile nel suo modo di allenare, ma Fiore sottolinea anche il lavoro tecnico: è contento che la Lazio abbia un’identità e proponga un calcio offensivo che apprezza.

Su un punto, però, esprime una riserva. La squadra crea molto e, per i suoi gusti, attacca persino troppo; deve ancora trovare un equilibrio difensivo. Fiore pensa che Gattuso interverrà anche su questo aspetto, che associa alle caratteristiche mostrate da Rino quando giocava.

Nel ricordo personale, Fiore parla della genuinità di un uomo che vuole essere se stesso, nel bene e nel male. Lo considera talvolta eccessivo, ma di grande cuore. Entrambi calabresi, in Nazionale sfruttavano il dialetto per scherzare senza farsi capire dagli altri: «quando non volevamo farci capire perché facevamo scherzi, parlavamo in dialetto calabrese». Capitava che facessero battute su un compagno comprensibili soltanto a loro due, e la cosa li divertiva.

Mancini e Mihajlovic negli anni di Fiore alla Lazio

Parlando della sua esperienza alla Lazio, Fiore ricorda il rapporto con Roberto Mancini. Arrivava da una prima stagione che giudica non eccezionale, ma con il nuovo allenatore trovò subito sintonia. Ne descrive il carattere spigoloso e la forte personalità: andare d’accordo con lui non era sempre facile e potevano esserci battibecchi. Il bilancio personale, tuttavia, resta molto positivo.

«Mi ha completato come giocatore», dice Fiore. Mancini lo convinse ad accettare un ruolo che non sentiva suo. I risultati, nel suo giudizio, furono eccezionali e gli permisero di tornare in Nazionale giocando in una posizione diversa. Tra i due rimase un rapporto leale, pur con qualche confronto acceso.

Un altro legame importante di quegli anni è quello con Sinisa Mihajlovic. Fiore lo ricorda come una persona dalla grande personalità, talvolta scorbutica e con un ego molto forte. Il tratto che lo avvicina a Gattuso, nella sua lettura, è la sincerità: «Ma come Rino, scomodo o non scomodo, era una persona vera, diretta».

Il ricordo più intenso riguarda il primo anno difficile alla Lazio, quando la squadra era duramente contestata. Mihajlovic si accorse che Fiore, introverso, soffriva quella situazione e gli parlò spesso. Sinisa reagiva alle difficoltà mostrando sicurezza; il compagno, invece, le subiva. Gli rimase vicino e gli insegnò a reagire, ricordandogli che in una carriera lunga non si può essere sempre al massimo. Fiore accetta la definizione di Mihajlovic come una sorta di fratello maggiore.

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