Guido De Angelis: "Lazio-Inter? Si deve giocare di rimessa. Formula biglietti? Da terzo mondo"
In vista della finale di Coppa Italia tra il club biancoceleste e nerazzurro, il giornalista Guido De Angelis è intervenuto ai nostri microfoni
L'intervista esclusiva a Guido De Angelis
I social hanno messo in difficoltà l'approfondimento giornalistico, portando tutto a una fruizione troppo veloce. Nel 2026 c’è ancora spazio per la 'carta' e il romanticismo?

Purtroppo comincia a essere difficilissimo, soprattutto per uno come me che ha stampato milioni di copie cartacee e migliaia e migliaia di pagine in questi quarant'anni. Sono molto legato al mondo della carta, a questo tipo di universo. Devo ammettere che, lentamente, ne sono usciti anche sei libri che si vendono ancora, e credo che questo sia bellissimo: avere un libro tra le mani è molto meglio che avere un cellulare. Un buon libro ti rilassa, ti fa riflettere, ti accompagna nel sonno; i social, invece, ormai offrono troppe cose insieme, troppe e anche pericolosissime. Devo essere sincero: i social hanno portato anche dei benefici, ma hanno trascinato con sé troppa brutalità nei video e soprattutto tanta violenza, che purtroppo i ragazzi di oggi finiscono per imitare. Si vede di tutto su questi benedetti social; non ci sono norme o leggi che contrastino certi fenomeni o che sappiano distinguere il giusto. Sui social chiunque può diventare famoso, chiunque con poco può ottenere visibilità. L'importante sarebbe che fosse una visibilità positiva; ma se invece diventa un problema, allora no, i social non mi piacciono, anche se — ripeto — riconosco di usarli, ma sempre in maniera ponderata.
Se avesse una macchina del tempo e potesse portare un solo giocatore della Lazio del passato (di qualsiasi epoca) dentro questa Lazio del 2026, chi sceglierebbe non solo per la bravura tecnica, ma per insegnare ai ragazzi di oggi cosa vuol dire essere laziali?

Parto da Chinaglia per un motivo semplice: perché è stato il giocatore ribelle che ha rivoluzionato il tifoso della Lazio. Prima il laziale era sempre un po' guardingo, si manifestava poco; Giorgio invece ha attuato una vera rivoluzione mentale in tutto il mondo Lazio. Non l'ha fatto solo portando lo scudetto, ma trascinando quella Lazio ribelle davanti a chi si diceva sempre più forte. Giorgio è stato una sorta di potenziale rivoluzionario, come un Che Guevara. Ha aiutato una squadra che vinceva poco, cercando di far capire cosa mancasse. La maglia era una maglia meravigliosa: il simbolo, la lazialità, la voglia di vincere e di combattere sempre. Mentre, per un altro verso, c'è un tipo di lazialità che a me è piaciuta molto ed è quella di Vincenzino D'Amico: estro, fantasia e soprattutto attaccamento alla maglia. Lui non l'ha mai mollata; è tornato dopo un solo anno al Torino perché non poteva fare a meno della Lazio. È un calcio antico, romantico, che mi piace. Vorrei che questi due giocatori fossero messi più in evidenza, perché Giorgio per un motivo e Vincenzo D'Amico per un altro sono, per me, i simboli della lazialità: quella ribelle di Chinaglia e quella purissima di Vincenzo.
Questa squadra sembra avere un'anima diversa rispetto a qualche mese fa: è merito del lavoro di Sarri sulla mentalità del gruppo o c'è stata una scintilla tra i giocatori?

Assolutamente Sarri, perché li ha provocati; perché la società ha lasciato solo questo allenatore, insieme ai ragazzi. Sapendo che il materiale qualitativo non era dei migliori, lui ha fatto capire che si può fare gruppo anche con l'orgoglio, con il cuore. Ha dato importanza a tutti, ha rivalutato giocatori che erano fuori rosa e ha creato un gruppo strepitoso che comunque va alla finale. È riuscito a far capire che nel calcio si può costruire una squadra anche con l'affiatamento, con la compattezza, con la voglia di finire. Sarri ci è riuscito: è una bella pagina di calcio e di Lazio. Peccato che con Sarri siamo alle ultime pagine di questo libro, che sta per finire con l'amaro in bocca; perché di solito un film o un libro finisce con un sorriso, mentre probabilmente uscirà una lacrima, una 'lacrimuccia' a tutti noi. Sarri si è attaccato alla Lazio e ai tifosi in maniera strepitosa, e perdiamo un altro pezzo di storia che, a mio avviso, poteva restare per tanti anni e darci un'identità migliore, come ha fatto lui. Purtroppo lui il Flaminio non lo vedrà, ma magari nemmeno noi della Lazio vedremo mai il Flaminio.
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